Introduzione


Il grande merito di Carmen Morra è di aver indagato nell’Archivio Diocesano di Gravina e di aver ritrovato una grande messe di documenti relativi alla Cattedrale, considerata uno degli esempi più interessanti in Puglia sia dal punto di vista architettonico (si erge sulla gravina) sia dal punto di vista decorativo, ricordiamo i capitelli rinascimentali di probabile scuola toscana (Antinori, 1997; Morra, 1994) realizzati tra il 1482 e il 1493. Dai molti documenti ritrovati la Morra ne ha estrapolato una serie relativa ad un pittore di Gravina, più noto che conosciuto come vedremo, Francesco Santulli, documenti che rielaborati e illustrati costituiscono la fitta trama di questo libro dedicato all’individuazione della personalità finora sdoppiata con Francesco Andreulli.
Ma prima di affrontare questo argomento addentrandoci nei meandri delle committenze confraternali e vescovili (Casino, 1982) desiderose di adornare con nuovi dipinti o restaurare i preesistenti della Cattedrale, è bene soffermarci sulla Cattedrale stessa non solo come manufatto in sé per sé (che nasce come revival romanico ma anche influenzata da istanze rinascimentali), quanto per la nobile committenza ad essa legata (soprattutto la famiglia ducale Orsini che eccelle con Benedetto XIII), e per la sua collocazione urbanistica in fondo all’”asse orsiniano”, come è stata definita da Marcello Fagiolo nel nostro Atlante del Barocco in Italia. Terra di Bari e Capitanata (Roma, 1996) la lunga strada che parte dalla Porta della città. La Cattedrale prospetta infatti su due piazze. La prima è quella panoramica su cui si apre la facciata principale di fine quattrocento, articolata con ingresso al succorpo e con i tre portali di accesso alla chiesa su di uno scenografo avancorpo-ballatoio, la seconda e più moderna è quella su cui si apre il portale laterale della facciata sud (caratterizzata dalle tre statue sul portale e soprattutto dal campanile imbarocchito col “cipollone” di Benedetto XIII) e affaccia il prospetto della nuova chiesa seicentesca di S. Maria delle Domenicane eretta da Giovanna Orsini Frangipane della Tolfa. Il prospetto laterale di questa chiesa e il corpo del relativo convento eretto di fronte alla facciata della Cattedrale chiudono per due lati la primitiva piazza trasformandola quasi in una corte riservata. Segno determinante dello spostamento della piazza più importante da questa panoramica a quella in fondo all’”asse orsiniano” è dato dall’erezione di un portale settecentesco allineato alla fiancata sud della Cattedrale e che introduce, quasi isolato “apparato effimero”, a una breve scalinata sulla parte corta dell’avancorpo-ballatoio della Cattedrale, onde permettere l’accesso alla facciata della chiesa direttamente dalla nuova piazza (oggi Benedetto XIII), senza più inoltrarsi nella piazza-corte.
Solo cogliendo questa “mano” sulla città da parte degli Orsini sia dal punto di vista urbanistico che chiesastico, si comprendono meglio le potenzialità della famiglia ducale che determina importanti scelte anche in campo pittorico, come sappiamo accade col pittore di corte Francesco Guarino, nativo di Solofra, napoletano di formazione.
E sarà proprio la chiamata di Francesco Guarino nel 1649 (in contemporanea all’inizio della costruzione del loro Pantheon, la chiesa del Purgatorio) (Pasculli, 1994) a determinare l’inizio di una proficua scuola pittorica a Gravina: dal nocerino Angelo Solimena ai locali Carlo Tucci, Francesco Santulli, fino al più tardo Mosca, nonché l’arrivo di opere del bitontino Carlo Rosa.
Se di Angelo Solimena (un tempo più noto come padre di Francesco Solimena, ma oggi riscattato dalla monografia di Mario Alberto Pavone e dalla mostra a Nocera Due culture a confronto) si conoscono il bel bozzetto del Paradiso nel citato convento della Domenicane –attribuito da Pugliese- e le due opere fondamentali nella chiesa del Purgatorio (l’Annunciazione e S. Gregorio Taumaturgo, S. Giovanni Evangelista e S. Vernacula, 1677), se di Carlo Tucci si conoscono la teletta siglata, copia del suddetto S. Gregorio (Pasculli, 1994) e le tele del soffitto del duomo di Episcopio di Sarno, in collaborazione con Angelo Solimena (1694), di Francesco Santulli oggi conosciamo molte opere in più grazie al presente studio di Carmen Morra.
La studiosa ha enucleato la figura di questo pittore, dando corpo attraverso la ricerca documentaria sia ad un Regesto delle opere ben documentato ad annum quanto ad allungare l’elenco stesso delle opere, col sottrarle all’inesistente pittore Francesco Andreulli. Importante dunque questo contributo critico, che parte –come sottolinea la Morra- da un dipinto noto: l’Immacolata nel Museo Pomarici-Santomasi, ritenuta del pittore Francesco Andreulli per un’errata finora lettura della firma. In base dunque a questa lettura si è dato corpo a questo pittore (esistente il cognome Andreulli a Gravina) attribuendogli per analogia altri dipinti, come è capitato a me per esempio la Madonna del Carmine e le anime purganti nel museo capitolare già nel succorpo della Cattedrale (ora restituita al Santulli). Dunque l’Immacolata del museo Pomarici-Santomasi è firmata da Francesco Santulli, e c’è anche la data. È purtroppo poco leggibile, per cui rimane aperta la questione della datazione, ampiamente discussa dalla Morra in base al rapporto con gli altri dipinti noti e gli altri da lei documentati. Dunque le molte opere che Santulli realizza per la Cattedrale di Gravina specie sotto l’Orsini, futuro Benedetto XIII, dal 1705 al 1727 (come dimostrano le densissime e preziose pagine della Morra con particolare riferimento al fonte battesimale voluto dall’Orsini e disegnato dal Santulli) rivelano una predilezione precisa per un pittore che possa continuare («con il suo esprimere in modi semplici verità di fede, col ricorso ad una poetica carica di istanze classiciste, funzionale all’ammaestramento religioso e alla crescita spirituale» Barbone, 1986) l’operato di Francesco Guarino. Operato caratterizzato da dipinti non a soggetto profano o di tema mitologico, ma circoscritto: ritratti, Santi, temi del Vecchio e Nuovo Testamento. Il pittore, come ha notato recentemente Riccardo Lattuada nella monografia a lui dedicata, ben si adegua al clima moralistico-controriformato dettato dalla cupa Dorotea Orsini (fondatrice di S. Domenico a Solofra) e tipico di una famiglia che produrrà un papa, Benedetto XIII, nipote appunto di Dorotea, nonché figlio di Ferdinando III Orsini e di Giovanna Frangipane, fondatori a Gravina della chiesa del Purgatorio, e quest’ultima –come abbiamo detto- della chiesa delle Domenicane.
Interessante è anche la coincidenza di una data sottolineata da Lattuada, il 1641. In questo anno Ferdinando III Orsini ha la titolarità dei feudi (alla morte del padre e fino al 1659 anno della sua morte) e Francesco Guarino prende l’abito talare.
Una coincidenza importante in quanto è da presupporre su questa scelta un’eventuale influenza della famiglia Orsini, a cui Francesco Guarino è già legato come si può dedurre dalle opere eseguite per la famiglia a Solofra. Ma dal 1649 in poi Guarino è a Gravina, per soli due anni, perché una morte improvvisa lo coglie nel 1651 (come abbiamo documentato io e Antonio Braca nel Catalogo della Mostra, 1990) interrompendo la decisiva svolta verso il barocco che si preannuncia nella splendida Madonna del Suffragio e Anime purganti dell’altare maggiore della chiesa del Purgatorio (D’Elia, 1964).
Una serie di dipinti vengono realizzati dall’Abate Guarino per il Palazzo Orsini a Gravina. Nell’Inventario del 1707 redatto dal pittore Nicola De Simone ne risultano 30, sottolinea il Lattuada e, a mio parere, ce ne potevano essere sicuramente di più, andati perduti nel crollo dell’ala della Galleria per colpa del terribile “aeromoto” che colpì Gravina nel 1687, così come colpì il soffitto della Cattedrale, restaurato nei dipinti con soggetti orsiniani poi proprio dal nostro Francesco Santulli nel 1722c. (che seguì anche il fregio sottostante, Raguso, 1988).
Dei 30 dipinti del Guarino oggi, rintracciati, sono i seguenti di notevole qualità: le due tele famose di Pommersfelden (1642c.) Esaù vende la sua primogenitura a Giacobbe, e Isacco benedice Giacobbe e La disputa di S. Caterina d’Alessandria con i filosofi pagani di ubicazione ignota (già nella «camera di tre finestre al quarto nuovo di sopra, che riguarda la Cavaglierizza»), Giuseppe interpreta i sogni del faraone (in collezione privata) e il suo pendant già citato nell’inventario 1707, cioè S. Cecilia che sona il cimbalo e vari angelini (ritratto di Giovanna Frangipane, ora a Capodimonte) (schema che sarà ripreso dal Santulli nel dipinto di S. Francesco di Paola in Cattedrale); e infine S. Cecilia al cimbalo (in collezione privata).
L’improvvisa morte di Francesco Guarino nel 1651 (Pasculli, 1994) lascia il campo aperto al suo collaboratore Angelo Solimena, ma le sue opere finora conosciute a Gravina sono le due del Purgatorio e il bozzetto del Paradiso. Sicuramente dovevano essercene di più, se consideriamo che abbiamo nella chiesa del Purgatorio due dipinti distanti nel tempo, l’Annunciazione probabilmente realizzata nel 1660 e il S. Gregorio Taumaturgo e Santi, firmato e datato 1667.
Dunque ben 16 anni, dal 1651 (data della morte di Guarino) in cui sicuramente a Gravina venivano commissionati dipinti; dunque se da un lato dobbiamo pensare ad Angelo Solimena, dall’altro la figura locale più vicina e più probabilmente operosa in loco è Carlo Tucci, nato a Gravina nel 1669 (Pasculli, 1994) e collaboratore nel 1694 con Angelo Solimena nel soffitto del duomo di Episcopio di Sarno. E dunque Carlo Tucci, mediocre pittore, potrebbe essere il primo tramite della diffusione dei moduli stilistici di Angelo Solimena (che muore nel 1716), dal momento che Francesco Santulli nasce a Gravina ancora dopo, nel 1676 (Barbone, 1986) e la sua prima opera nota è la Pentecoste del 1705. Certo nuove opere prima del 1705 potranno ancora emergere (anche fuori Gravina) a seguito della ricca documentazione della Morra che ce lo segnala operoso fino al 1728, e poi, dopo un lungo silenzio, presente in una nota di pagamenti del 1744 per dipingere il nuovo coretto in legno della Cattedrale (distrutto nel 1969): «Per compra di colori per Fatighe al Pittore Santulli duc. 7 gr. 86». La Morra si chiede giustamente se questo Santulli citato senza nome possa identificarsi anche con un altro Santulli, don Carlo, segnalato in un documento del 1730 perché avrebbe “incissato” e dipinto un armadio per gli arredi sacri nella sacrestia della Cattedrale.
Forse un campanello d’allarme per determinare l’inizio di infermità di Francesco Santulli sono quei “venti giorni di degenza” che ottiene nel 1727 dal vescovo Ferrero, come testimoniato dalla Visita pastorale. Per lui realizza tra il 1726-1727 gli affreschi importanti, ai lati del fonte battesimale, di S. Vincenzo e S. Domenico (quest’ultimo «secondo il disegno della statua di detto Santo, ch’è in S. Pietro a Roma». Comunque sia, è sintomatico per me che a completare di 5 telette la ricca e imponente cornice dorata intorno alla Madonna del Suffragio di Guarino venga nel 1735 chiamato il napoletano Andrea Miglionico “il pittore di Montepeloso” (Pasculli, 1990, 1994) e non il famoso e affermato localmente Francesco Santulli (che potrebbe essere già morto o non più operoso). A maggior conferma c’è la notizia documentaria della Morra del 1738-39, quando tale Bartolomeo Deveteris dipinge tre figure e uno stendardo per la confraternita della Santa Croce nel succorpo della Cattedrale, di cui Santulli faceva parte, non solo, ma ne era stato Procuratore.
Un dato interessante questo del pittore-confratello a Gravina, ma non insolito a quei tempi se anche ritroviamo lo stesso Andrea Miglionico confratello della Gran Madre di Dio nella chiesa di S. Teresa dei Maschi a Bari nel 1711, per la quale lavorava in quegli anni all’Apoteosi di S. Teresa, come ha sottolineato la Basile nel Catalogo della Mostra delle Confraternite in Puglia (Gelao, 1994). Dunque il libro della Morra esalta e analizza la figura di Francesco Santulli operatore locale certamente, ma di ampia personalità, non è solo pittore, ma anche decoratore (il fregio lungo il soffitto della Cattedrale, le epigrafi in sacrestia, gli emblemi in vescovado) secondo la migliore tradizione barocca vivacemente presente anche in provincia. Una provincia che rivela aperture al mondo culturale napoletano, come dimostrano i dipinti di Gravina recentemente attribuiti sia al Cavalier d’Arpino (il S. Martino della pinacoteca vescovile, Pugliese, 1983) che a Cesare Fracanzano (la S. Bibiana e S. Ignazio di Loyola già della Chiesa del Gesù ed ora nella Sala dei paramenti, Pasculli, 1990), sia il grande soffitto ligneo della Cattedrale che si allinea ai grandi episodi della decorazione innovativa barocca a Napoli. Esempio barese il soffitto di S. Nicola 1661-1674, esempio campano il già citato soffitto del duomo di Episcopio di Sarno.
Il soffitto di Gravina è interessante sia dal punto di vista strutturale che contenutistico, per la novità che presenta, come per esempio il grande dipinto con l’episodio di cronaca del Miracolo di S. Filippo Neri che salva Vincenzo Maria Orsini nel terremoto di Benevento del 1688. Considerando che il terribile aeromoto del 7 febbraio 1687 aveva sconvolto tutti i tetti della Cattedrale di Gravina, e che già l’anno dopo nel 1688 venivano spesi 686 ducati per il soffitto della Cattedrale (Pasculli, 1994), è da ritenere che immediatamente dopo venisse eseguita l’importante soffittatura lignea e i relativi dipinti. Certo il dipinto del Miracolo di S. Filippo Neri a Gravina è davvero precoce, in quanto quasi contemporaneo all’evento e al dipinto del Castellano per Benevento; mentre quello più famoso del Ghezzi nella chiesa di S. Filippo Neri a Matelica (Macerata) è databile tra il 1725-1730 (il bozzetto si conserva in S. Maria Vallicella a Roma). Dunque importante è appurare il nome del progettista e del pittore scelto per realizzare i dipinti del soffitto nella Cattedrale di Gravina, perché è indubbiamente il possibile tramite locale tra il maturo Angelo Solimena e il più giovane Santulli, che già nel 1722 circa vi lavorerà al restauro.
A Carmen Morra il compito e l’augurio di scoprire questo altro anello della catena.

Mimma Pasculli Ferrara