Uno sguardo generale di Silvana Curzio

L'occupazione del territorio di Gravina, attestata da resti in località Ciccotto e Casa San Paolo, risale al Neolitico Medio. Siti dell'Età del Bronzo sono sporadici; ma, a partire dall'Età del Ferro, un esteso abitato occupa il colle di Botromagno ed il costone della Gravina (zona S. Stefano). Questo periodo è testimoniato da capanne e frammenti di ceramica dipinti nello stile protogeometrico iapigio comune alle aree della Puglia e della Basilicata. Alla fine dell'VIII sec. a.C. si datano le prime importazioni di ceramica geometrica greca che diventano più frequenti a partire dalla metà del VII sec. a.C. fino ad essere soppiantate, nel corso del VI sec. a.C., da imitazioni di officine locali e ornate con terrecotte architettoniche. Sotto l'influenza dei prodotti greci si trasformano le decorazioni sulle ceramiche di fabbricazione locale: questa fase culturale e detta Peuceta dal nome che i Greci diedero agli antichi abitanti della zona, appunto, Peuceti. Gli scavi hanno messo in luce, oltre ad abitazioni, numerose sepolture che denotano, dalla qualità degli oggetti del corredo, una ricchezza ed un benessere diffuso. Nel V sec. a.C. si affermano le importazioni di ceramica attica a figure rosse, successivamente soppiantate da produzioni magno greca ricercate per la raffinatezza delle decorazioni.
Tra i pezzi più significativi va segnalato un kantharos singolare nella forma, estranea al repertorio attico, decorato con una scena ispirata dall'Iliade ed illustrata da iscrizioni. Col IV sec. a.C. la città si estende fino ad occupare l'area del dell'attuale abitato, come testimoniano i rinvenimenti in via S. Vito Vecchio e in altre zone della città. Le abitazioni, quasi tutte sostituite da quelle del Il sec. a.C., hanno una pianta molto articolata e, spesso, si affacciano su strade lastricate.
Alle sepolture a fossa e a semicamera si affiancano tombe a camera precedute, a volte, da un dromos. Nella ceramica si afferma il gusto per le decorazioni sovradipinte e per le forme mutuate dal repertorio del vasellame metallico: questa nuova fase, detta Apula dal nome usato dagli scrittori romani, è la più ricca di testimonianze provenienti dai corredi tombali. A questo periodo si datano la poderosa cinta muraria che circonda il parco archeologico e le prime emissioni monetali con leggenda Sidinon (Sidinon dall'antico nome di Gravina) coniate da una zecca locale. Probabilmente in questa fase inizia la romanizzazione del sito favorita dalla vicinanza di Venusia. Durante il II ed il I sec. a. C. in tutto il territorio sorgono diverse ville, aziende agricole a pianta articolata e, talvolta, con ambienti intonacati e dipinti. È probabile che in questa fase l'abitato di Botromagno non abbia perso la sua autonomia e che nella stazione di Silvium, lungo la via Appia, sopravviva il nome di Sidion, l'antico centro Apulo.
L'area archeologica di maggior interesse é, senza dubbio, il colle di Botromagno. E' consigliabile l'accesso dalla strada di fronte al Parco Bruno, poiché segue, in parte, il percorso della cinta muraria della fine del IV sec. a.C. Sul colle sono visibili tombe a semicamera intonacate e dipinte databili al V sec. a.C., a camera scavata nella roccia con dromos d'accesso databili al IV e al III sec. a. C. e resti di abitazioni tra cui si segnala una grossa villa del III sec. a.C. con un piccolo ambiente rivestito d'intonaco dipinto. Lungo il torrente Gravina é possibile visitare l'area Padre Eterno dove sono presenti numerose sepolture a fossa databili dalla fine del VII alla fine del IV a.C., alcuni ambienti ed un'area occupata da fornaci per la produzione di vasi e laterizi.
I successivi sconvolgimenti del I sec. a.C., la guerra di Roma contro gli alleati Italici, la guerra servile contro Spartaco e la guerra civile, non favorirono uno sviluppo urbanistico nel Meridione d’Italia. Ne è testimonianza la distruzione, nel 70 a.C., forse nel corso della guerra contro Spartaco, del sito su Botromagno con un conseguente spopolamento dell’area.
Con l’Età Augustea si rileva un incremento della popolazione con conseguente fondazione di altri siti secondo i nuovi canoni urbanistici. Con la completa romanizzazione del territorio, infatti, muta il modello di insediamento. Nel IV secolo la forma più tipica era stata l’oppidum: un grosso agglomerato di case con ampi spazi aperti, in parte destinati a cimiteri, circondato da un muro di difesa, abitato in gran parte da contadini che quotidianamente raggiungevano i campi da coltivare. Poche sono le testimonianze di fondi isolati lontani dal centro abitato. Dopo ca. 325 a.C. si iniziò a fondare fattorie isolate in piena campagna: sono i primi segni di una commercializzazione dei prodotti agricoli I romani favorirono questo tipo di insediamento mediante la costruzione delle cosiddette villae, aziende agricole, da cui dipendevano economicamente e, forse, anche giuridicamente i vici, villaggi abitati da una popolazione prevalentemente agricola. In virtù di questa nuova concezione urbanistica morì il grosso agglomerato arroccato sul pianoro della collina di Botromagno e aumentò notevolmente il numero degli insediamenti disseminati per tutto il territorio. Questa frammentazione della città ben rispondeva ai bisogni di una economia basata su una agricoltura intensiva che doveva produrre per un mercato che andava incrementando la domanda di grano, vino, olio, lana e carne suina e ovina. Strutturalmente il centro del fondo è la villa il cui proprietario vive lontano e di rado, se non mai, vi è presente in loco. Ad amministrarla un vilicus, uno schiavo che dirige altri schiavi che vivono sul posto e, per i lavori stagionali, utilizza operai che abitano il vicus dipendente. Questi ultimi, pur essendo uomini liberi, conducono, spesso, una esistenza al di sotto degli stessi schiavi.
In Tarda Età Antica, tra il IV e il VI secolo d.C., l’incremento della popolazione fa mutare la tipologia degli insediamenti: molte ville s’ingrandiscono trasformandosi in vici e si fondano molti altri vici.
Come ogni società primitiva la economia era fortemente legata alla vocazione del territorio, e il territorio di Gravina geologicamente è caratterizzato da due subzone l’Altipiano delle Murge e la Fossa Bradanica. La prima, le Murge, è un altipiano calcareo petroso destinato quasi esclusivamente a pascolo cespugliato. Mentre il paesaggio della Fossa Bradanica è quello tipico delle colline argillose dell'Italia Meridionale dominato da rilievi poco prominenti che si susseguono in stretti e lunghi dorsali caratterizzati da colline cupoliforme con pendici dolcemente ondulate, e da valli formate dai numerosi corsi d'acqua fra le quali, la più estesa, quella del torrente Pentecchia, e, le meno estese, del torrente Gravina e del torrente Basentello. Tutta questa parte del territorio è per vocazione destinato alla cerealicoltura, silvicoltura e viticoltura.
Due subzone che economicamente non vanno lette separatamente, ma occorre vederle come unità. Nella storia, infatti, hanno prodotto la rendita agricola mediante l’alternanza o la condivisione delle due attività produttive, della pastorizia e la cerealicoltura, a secondo dei cicli e della domanda di mercato. Tutte le grandi aziende, infatti, avevano al loro interno un’area per la cerealicoltura e una per la pastorizia, destinando all’allevamento quasi sempre bovino (animali utilizzati per la coltivazione dei campi), ma, spesso, anche ovino i terreni rimasti incolti per l’avvicendamento colturale. E nella storia la transumanza conferma l’ipotesi della convivenza di queste due attività produttive con priorità della cerealicoltura. Dai resti faunistici rinvenuti su a Botromagno si evince che gli abitanti del posto si cibavano di ovini femmine di circa tre anni. È da ritenere, allora, che gli agnelli maschi venissero macellati altrove. Inoltre numerosi sono i pesi da telaio rinvenuti, ma scarsissimi i fusi il che fa ritenere che al momento della filatura della lana, generalmente dopo la tosa agli inizi della primavera, le greggi fossero lontane da Botromagno. Si potrebbe concludere, allora, che tra l’autunno e la primavera, ovvero dalla semina alla mietitura, le pecore non si trovavano in loco. Sappiamo, infine, sempre dai resti faunistici che allevavano ovini, caprini e suini; poche le galline; mentre i buoi venivano utilizzati per la lavorazione dei campi. Oltre alla cerealicoltura si ha notizia certa di viticoltura: un edificio su a Botromagno, databile alla seconda metà del II secolo, conteneva una pressa per l’uva databile, però, al 50 a.C. ca.
L’attività artigianale era abbastanza sviluppata: i numerosi pesi di telaio concentrati in molte abitazioni su Botromagno testimoniano una diffusa attività di lavorazione della lana. Sulla collina resti di fornaci presuppongono produzione di ceramica. E ancora in Età Imperiale nella zona archeologica di Vagnari, si producevano tegole, mentre abbondanti scorie di ferro attestano la lavorazione e la produzione di questo minerale. 



La città di Gravina in Puglia, situata in posizione dominante rispetto alla grande depressione della Fossa Bradanica, fu, sin dai tempi più antichi, un importante nodo viario: ad est, rasentando il limite meridionale delle Murge, la via per Bari; ad ovest un’altra via, più impervia della precedente, ma sempre la migliore via d’accesso per la montuosa provincia di Potenza; a sud il torrente Gravina, tributario della riva destra del Bradano, risulta un facile percorso per chi dall’interno vuol raggiungere Taranto e Brindisi. Questa felice collocazione geografica fu l’elemento che per secoli caratterizzerà l’economia locale. Sempre secondo Small un importante tratturo attraversava il territorio di Gravina da est ad ovest lungo la valle del torrente Basentello sul confine con Irsina. Che il tratturo fin dalla Tarda Età del Ferro fosse già usato per la transumanza delle pecore e che lungo questo stesso percorso si muovesse, in età romana, il grano dell’Apulia è cosa ben nota ma ritengo anche cosa scontata che il tratturo sia stato lo strumento che abbia intensificato l’incontro tra la cultura indigena e quella della costa ionica consentendo, nel contempo, il fiorire di una attività commerciale che certamente ha portato per lunghi secoli, ricchezza agli abitanti di questo territorio. Già tra la seconda metà del V secolo e la prima metà del IV il commercio del grano con Atene è testimoniato dalla presenze nelle tombe di Botromagno di numerosa ceramica attica. Inoltre un edificio isolato del II sec. inoltrato a.C. ben strutturato con 6 ambienti conteneva una grande cassa di lastroni, un grosso pithos e una macina a mano di tipo ellenistico; probabilmente un granaio. Non sappiamo, però, se fossero gli stessi produttori di grano a commercializzarlo o se già all’epoca esistesse una autonoma attività produttiva gestita da uomini del posto o che venissero dalla costa.
Un problema irrisolto è il perché della notevole presenza di strutture abitative medievali lungo le sponde del torrente Gravina e nell’area adiacente. Sappiamo dall’archeologia dello spopolamento di Botromagno e sappiamo, inoltre che, probabilmente, il centro economico nel Tardo Antico era la zona di Vagnari;ma nulla sappiamo della morte delle ville e dei vici dopo la caduta dell’Impero Romano, anche se conosciamo le motivazioni che portarono l’uomo altomedievale a riabitare le grotte. Non condividendo le considerazioni e le conclusioni degli studi del prof. Small, ritengo che l’area su cui oggi insiste l’abitato di Gravina non sia stato mai abbandonato, anche se mancano del tutto delle evidenze documentali ed archeologiche. Confermerebbero questa mia ipotesi i resti della villa di Botromagno. Riportando in loco la struttura urbanistica di Vagnari, una villa in posizione dominante rispetto al vicus a valle, posso ritenere che alla villa di Botromagno dovesse corrispondere il vicus sotto l’attuale abitato. Avvallerebbe l’ipotesi di cui sopra alcuni toponimi che individuano ancor oggi alcuni rioni: Fondovico vicus fundus, parte del vicus situato in un avvallamento formato dalla confluenza del torrente Casale nella Gravina, Piaggio pagus, Civita civitas, cittadella fortificata. Questi scarsi riferimenti non mi consentono delle certezze, anche perché il prof. Small mi consiglia di aspettare le conclusioni dei suoi studi su Santo Staso una contrada ai piedi della collina di Botromagno di cui è facile, per l’abbondante presenza in superficie di reperti, rilevare l’interesse archeologico dell’area. Certamente Vagnari, in quanto fondo imperiale situato in prossimità del tratturo che collegava la costa agli Appennini Appulo-Lucani, era il centro delle attività economiche del territorio . Ma, il presupposto che le grotte lungo il torrente Gravina potrebbero essere precedenti, pur in forma diversa, all’Alto Medio Evo mi porta a concludere che l’area dell’attuale abitato non sia stata mai abbandonata. Solo partendo da questa ipotesi riesco a motivare, con la caduta dell’Impero Romano, con il disinteresse dei nuovi dominatori dei fondi imperiali e con quel sentimento di paura comune all’uomo altomedievale e di cui parlerò appresso, il riuso delle grotte e il fenomeno rupestre.
Particolarmente interessante é la raccolta di oggetti provenienti dagli scavi di Botromagno in esposizione permanente nella mostra "Aristocrazia e mito" presso il Museo della Fondazione Ettore Pomarici-Santomasi.




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