Perchè Vagnari è importante

di Marcella Chelotti


La pubblicazione, nel 2011, del volume a cura di Alastair Small, Vagnari: Il villaggio, l'artigianato, la proprietà imperiale, per i tipi di Edipuglia, è il recente, certamente non ultimo, punto fermo di A.Smali e di tutti i suoi collaboratori della loro attività di ricerca sul campo, della loro elaborazione e riflessione dei dati emersi dal progetto culturale nato più di 10 anni fa.



Di questo progetto nel tempo è stata data ampia diffusione sullo stato delle indagini, e via via rese note le riflessioni, non soltanto, come si dice, "tra gli addetti ai lavori", cioè tra la comunità scientifica, ma c'è stata ampia divulgazione tra una comunità più vasta, penso alla comunità di Gravina, sempre attenta, alla conoscenza del proprio patrimonio culturale e sempre consapevole che conoscere, recuperare e conservare memoria della propria storia , delle proprie radici e del proprio territorio può contribuire allo sviluppo culturale, ma anche economico. Perché la conoscenza del proprio patrimonio, attraverso adeguate forme di comunicazione, porta necessariamente alla tutela, che è affidata naturalmente agli organi istituzionali, ma anche ai cittadini, e alla valorizzazione ed eventualmente anche alla "gestione" del patrimonio —e questo è il profilo economico-.
Il progetto, sin dall'inizio, dal 2000, si è presentato come innovativo sotto diversi profili. Innanzitutto per il gruppo di lavoro, internazionale, del quale hanno fatto parte non soltanto archeologi, ma anche "tecnici", anche in questo caso provenienti da varie parti del mondo, che hanno messo a disposizione la loro professionalità e dato il loro forte contributo nello studio geomorfologico e nell'analisi dei macrofossili vegetali carbonizzati. Hanno inoltre reso possibile la datazione dei depositi sedimentari significativi mediante luminescenza a stimolazione ottica, e la raccolta dei materiali vegetali carbonizzati mediante flottazione, poi analizzati da archeobotanici e paleoecologi.
Sono state eseguite anche indagini archeomagnetiche sulle fornaci. E' stato infine un "campo scuola" per molti giovani studenti.
E' dunque questo un progetto che ha visto in campo molte forze e intelligenze e che grande sostegno sia intellettuale sia materiale ha avuto anche dalla città di Gravina e in particolare da alcuni cittadini, che Alastair Small nomina nella sua Prefazione. Approvazione e sostegno al progetto è stato dato Dal Ministero dei Beni Culturali, ma in particolare dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia, nelle direttrici archeologhe Angela Ciancio e Giuseppina Canosa, e da D'allora Soprintendente Giuseppe Andreassi; e poi dalla British School at Rome, dalla fondazione Ettore Pomarici, sempre attenta e pronta a sostenere progetti culturali di alta qualità. Questo progetto culturalmente molto impegnativo è stato dunque possibile realizzare perché tutti, cittadini e istituzioni, hanno contribuito con le loro competenze a tutti i livelli e in tutti i campi. Si è realizzata a Vagnari quella che si suole chiamare e sempre si invoca,"sinergia".
Il progetto Vagnari è innovativo anche per la scelta del territorio da indagare, e perché all'approccio microstorico nell'analisi di questo specifico comprensorio territoriale, ha fatto da riscontro un approccio "globale".
La ricostruzione, cioè, storico-archeologica di questo paesaggio rurale, delle sue vie di comunicazione (il luogo è vicino al tratto della via Appia che attraversa il settore settentrionale della Fossa Bradanica), delle strutture insediative, organizzative, sociali ed economiche.
Durante la ricerca e le varie attività di scavo e di elaborazione molte sono state le domande alle quali questo volume, con numerosi saggi affidati a specialisti, offre risposte aperte, suscettibili cioè di modifiche se il proseguire delle indagini offrisse altre soluzioni, offre risposte, attraverso l'integrazione delle fonti (archeologiche, epigrafiche, documentarie) con diversi strumenti di indagine (come la ricognizione, lo scavo, le prospezioni geofisiche), e con l'apporto di discipline scientifiche (bioarcheologia, archeometria, l'informatica).
Il messaggio che questo volume comunica in maniera forte è che cercare risposte non è il compito di un singolo studioso, ma è il problema di tutta la comunità scientifica.
I dati più significativi, almeno dal mio punto di vista, emersi dall'indagine e dalla elaborazione, nella sua globalità, credo che possano essere:


1) L'attestazione della presenza di ager publicus populi Romani, cioè demanio, qui, a Vagnari. Questo si è costituito in seguito alla sottrazione da parte di Roma di porzione del territorio che era di Silvium per punirla per il suo atteggiamento anti-romano durante la seconda guerra sannitica. A Silvium infatti si era impiantata una guarnigione sannita e la città fu distrutta nel 306 a.C., come dice Diodoro. Siamo alla fine del IV secolo a.C. L'indirizzo politico di Roma in quest'area, strategicamente fondamentale per il controllo delle principali vie di comunicazione e per la strategia della futura conquista dell'Italia meridionale, se da una parte portò alla fondazione di una colonia latina a Venosa nel 291 a.C., quindi pochi anni dopo la distruzione di Silvium, e portò dunque a un controllo pieno di tutta l'area sannitica, dall'altra segnò la decadenza del villaggio diVagnari nel corso del III secolo. La presenza romana nell'area segnò, come si è detto, anche la decadenza di Silvium, che, alla fine di un lungo e complesso processo politico, economico, istituzionale, perse vitalità istituzionale e nel tempo si ruralizzò. La stessa sorte di Silvium ebbero altri centri indigeni della Puglia centrale (Botromagno, Monte Sannace, Azetium-Rutigliano, Turi, colpiti forse anch'essi da provvedimenti punitivi da parte di Roma, per essere passati dalla parte del nemico, in questo caso Annibale, durante la seconda guerra punica, e in particolare dopo la disfatta romana a Canne nel 216.


2) Un altro dato importante, che emerge dal progetto, è che sull'ager publicus, o su una porzione di esso, del quale si è fatto riferimento, si impiantò una proprietà imperiale verosimilmente da età augustea-tiberiana.
Il ritrovamento di tegole, e delle loro fornaci, bollate da uno schiavo imperiale,Gratus, che, per la formula onomastica, si può collocare appunto in età tiberiana, ha indirizzato all'ipotesi che qui fosse una proprietà fondiaria dell'imperatore, formatasi forse proprio già da età augustea.
Se è così, questa sarebbe la proprietà imperiale più risalente dell'intera regione, gestita secondo il modello economico del latifondo, una gestione cioè basata su una coltivazione estensiva, con minime spese per la coltivazione.
Si può definire questa proprietà per la natura del luogo e quindi per la sua vocazione produttiva, con il termine tecnico-gromatico, saltus. Con questo termine, secondo la spiegazione che dà Festo, un grammatico vissuto nel Il d.C., si intende: area con boschi o terreni non coltivati e dedicati ogni anno al pascolo, ma anche, almeno per una parte, area coltivata a grano secondo cicli più o meno regolari.
Almeno due sono i fondi di questa ampia proprietà che Small ha calcolato con un' estensione di 25 km2, limitata dal corso del Basentello a Ovest, dalla via Appia a Nord e a NE e dal tratturo a Sud Sud Est: uno si colloca in località San Felice, l'altro nell'area di San Girolamo. Il nucleo principale dell'insediamento è su una terrazza naturale attraversata da alcune gravine, una di queste divide il nucleo in età romana in due: in età proto imperiale il nucleo principale era a Nord del vallone, mentre nel Tardoantico questo si sposta a sud della gravina.
La situazione di Vagnari può contribuire a chiarire una modalità della formazione di una proprietà imperiale.
Vari sono i modi di acquisizione di proprietà fondiarie al patrimonio imperiale; in particolare, e in sintesi, il possesso del bene fondiario può avvenire: per donazione o lasciato da parte di privati; per l'attribuzione all'imperatore della disponibilità (di parte) dei patrimonio di privati, che a loro volta ne perdono la proprietà ( è questo il caso dei bona damnatorum, bona caduca et vacantia); ovvero, possono essere inglobati nei beni fondiari dell'imperatore quelle porzioni di ager publicus anche divise in lotti, ma non assegnate o lasciate all'incolto e al pascolo. Questo accadrà in età flavia, quando, secondo le fonti, Vespasiano rivendicò come di pertinenza al fisco i subseciva, cioè i terreni centuriati ma non concessi .
L'ipotesi che, (anche prima dell'intervento di Vespasiano, che peraltro fu modificato da Domiziano,) porzioni più o meno grandi di ager publicus siano diventate proprietà imperiale nel Principato, è stata recentemente messa in discussione.
Ma, proprio l'esempio di Vagnari può confermare che una modalità per la formazione, in una determinata area, di una proprietà dell'imperatore possa essere proprio la presenza di ager publicus, naturalmente di particolari condizioni.


Infatti, se consideriamo le altre modalità sopra citate (eredità, confisca, donazioni), almeno finora non si ha, in questo sito, documentazione di proprietà di privati, che possa far pensare (che la proprietà imperiale qui costituita risalga) appunto a confische, eredità o donazioni;
Non si hanno poi tracce di centuriazione, che possano far congetturare che questi luoghi possano essere entrati nel patrimonio imperiale perché loca relicta, ovvero luoghi non assegnati all'interno della maglia centuriata, o agerextra clusus, ovvero luoghi esterni alla maglia, ma ricompresi nei limiti del territorio di una colonia, anche perché qui non ci sono vicini centri istituzionali di riferimento, come sopra si è detto. Venosa è distante 40 km.
Sembra dunque che a Vagnari la proprietà imperiale si sia costituita, durante il principato, proprio su ager publicus non diviso e lasciato al pascolo e all'incolto.
L'altro punto di rilievo che vorrei sottolineare è
la presenza di un agglomerato di case, quindi di un villaggio, un vicus, costituitosi sia in conseguenza del 'polo' industriale (fornaci per laterizi e fornaci per la lavorazione del ferro) qui impiantato, sia per le varie attività produttive relative all'allevamento e alla cerealicoltura.
si sottolinea anche la presenza di una villa, della quale è stata messa in luce la pars urbana, cioè il settore residenziale, datata, nel suo primo impianto alla fine del I a.C., parzialmente ricostruita nei primi del I d.C. e di nuovo alla fine del I d.C., poi abbandonata agli inizi del III secolo. Questa villa poteva essere la residenza del procurator, di colui che, per conto dell'imperatore, sovrintendeva alla proprietà.
3) Inoltre si ricorda il rinvenimento di una vasta necropoli, luogo di sepoltura dei lavoratori e delle loro famiglie, dei quali , però, nessuna lapide ricorda il nome.
Nonostante l'insediamento abbia avuto una lunga vita, non si hanno altre attestazioni oltre alle tegole bollate circa la presenza della proprietà imperiale.
Nel tempo, qualcosa era cambiato nella gestione del consistente patrimonio imperiale sia di quest'area sia della Puglia settentrionale, e A. Small dà conto di questo mutamento; evidentemente anche lo spostamento, a metà circa del IV secolo, dell'insediamento a sud del vallone, dove furono edificate diverse strutture e fornaci, risponde a nuovi indirizzi gestionali, che prevedono lo sfruttamento della terra in senso cerealicolo, soprattutto, e l'impiego di coloni, non necessariamente facenti parte della familia Caesaris, non schiavi e liberti dell'imperatore, ma uomini liberi o lavoratori stagionali. E per questa tematica importante è anche il saggio di Pasquale Favia e Roberta Giuliani.
Interessante è dunque, rispetto a questa tematica, il saggio di Giuliano Volpe, che analizza Vagnari nel contesto dei paesaggi rurali dell'Apulia romana e tardo antica. Il saggio fornisce dati ed elementi che chiariscono che i mutamenti insediativi e produttivi riscontrati a Vagnari in età tardo antica, consentono di inserire il sito in un contesto più ampio, dove l'organizzazione dello spazio e della produzione e la gestione della proprietà sono radicalmente mutati rispetto alla prima e media età imperiale. Si tratta dunque di nuove linee di programmazione economica e gestionale quelle che coinvolgono la proprietà dell'imperatore a Vagnari così come nella Puglia settentrionale, e anche altrove, là dove c'era la res Caesaris, la proprietà di Cesare.
Importante e stimolante è dunque l'implicita esortazione, che viene da Small , come prima si è detto, e anche da Volpe, l'invito, cioè, a valorizzare l'indagine microstorica, l'analisi, cioè, di specifici comprensori geografici, regioni e sub regioni, tentando in tal modo di ricostruire la 'storia totale' di un territorio. Forse soltanto così ci potremmo sottrarre a una ricostruzione progettata ed elaborata secondo moduli preconfezionati e unificanti. E' da questa microstoria e da tante microstorie che si deve partire per ricomporre il quadro generale della macrostoria e riconnetterci ai temi e ai problemi più generali.
Vorrei ancora ribadire la validità del metodo indicato e messo in atto da Small, quello di un approccio non chiuso all'interno della propria specializzazione, ma che si muove all'interno di quel confronto interdisciplinare, che oggi, più che utile, è irrinunciabile.
Meritorio è l'aver progettato, alla fine del volume, una sezione nella quale vengono tradotti in italiano o in inglese alcuni saggi, per una maggiore divulgazione dei risultati tra chi non conosce l'inglese o l'italiano.
II volume per l'alta qualità dell'impostazione del progetto, della ricerca e della sua riflessione, per la incredibile quantità di dati, per le tante ipotesi e suggestioni, per i tanti punti di vista, per il carattere delle domande storiografiche, credo che sia e sarà punto di riferimento per tutta la comunità scientifica.
A testimonianza del percorso metodologico davvero 'globale' di questo progetto, mi piace qui ricordare il ringraziamento che Small rivolge a Giuseppe Schinco, grande intellettuale gravinese e profondo conoscitore del mondo contadino, perché, tra l'altro, lo ha istruito su numerosi dettagli della civiltà contadina a Gravina'.
Penso che questo sia il segno di un metodo di ricerca che non tralascia alcun aspetto che possa contribuire a comprendere meglio un dato fenomeno, o una data situazione, nessun aspetto, nemmeno quello del mondo contemporaneo, perché, lo sappiamo bene, le radici di questo mondo, del mondo contadino, sono antiche. Penso anche che le motivazioni di questo ringraziamento bene esprimano anche la grande e rara umanità di A. Small, il suo continuo desiderio di conoscenza, la sua disponibilità all'ascolto e al confronto, qualità oggi inconsuete. Tutti noi gli siamo grati.