Su come riaprire il discorso della Murgia




Mi è stato chiesto di fare il punto sullo status del dibattito attorno alla Murgia: se c'è c quale ne siano i termini; se non c'è, quali ne sarebbero le condizioni per poterlo riaprire. Parlerò invece di altre cose, tentando un modo indiretto di avvicinamento, forse tortuoso, ma sicuramente più efficace.

Partirò dall'evidenza con cui, nelle varie culture, si presenta una costante, l'uso umano dello spazio per fini di rassicurazione e radicamento. La tribù emerge dal suolo e vi si piazza come nel suo proprio spazio, indistrutti­bile e inalienabile: nel periodo antecedente l'emergenza mitica aveva vissuto al di sotto, torna a vivervi dopo la morte, in attesa di venire riciclata riproiettandosi al di sopra. Quando è nomade, il suolo se lo porta appresso come immagine mentale che riprodurrà sul terreno allorché si sarà accampata, i clan allora si disporranno secondo gli orienti e ciascun oriente individuerà un animale totemico, un vento, un colore o una serie di oggetti, di animali, di piante, anch'essi raggruppati secondo lo spazio tribale (Durkheim e Mauss); oppure, se si tratta di beduini, appena montata la tenda, ne ricopriranno il pavimento di tappeti, magici come i simboli di cui sono istoriati, se­gno di stabilità ed equivalenti magico-mitici del suolo, il tappeto volante della fiaba araba. Lo spazio introiettato, persa la sua fisicità è qui già divenuto rappresentazione mentale, modello di comportamento e, insomnia, una modalità dello stare al mondo. La "nonna", infine, della famiglia emigrata a Torino che, appena arrivata, piazza i mobili che si è portata da casa c vi erige il suo sancta sanctorum di fotografie sbiadite e di brutti ninnoli barocchi, i simboli del radicamento sui quali si appoggia del tutto rassicurata. D'ora in poi potrà mediare tra le radici e l'a­nomia del mondo esterno nel quale gli altri del ceppo sono gettati.

Mi servirò poi, di due esempi, l'uno tratto dalla sociologia, l'altro dall'etnologia, nia riguardanti entrambi lo spazio adattato. Un terzo esempio, tratto dalla storia locale, riguarderà lo spazio rimosso.

Due giovani studiosi siciliani sono colpiti dal fatto che in un paesino dell'isola, Aliminusa, la "sciarra", la lite fra donne, spettacolare per l'andamento e i toni da sceneggiata, o non possiede motivazioni reali oppure presenta un forte scarto tra la futilità del motivo e la persistenza degli odi e delle faide conseguenti in cui, senza vo­lerlo, vengono coinvolti anche i mariti. L'indagine mette in evidenza l'ulteriore stranezza che le liti avvengono tra donne che occupano nel vicinato spazi contigui, E ciò contro ogni aspettativa, dal momento che nel vicinato i vi­cini solidarizzano c si appoggiano reciprocamente (il vicinato è quasi sempre una struttura di solidarietà, come è stato dimostrato da Amendola nel suo studio su Bari Vecchia). Le donne tuttavia, senza esserne consapevoli, è proprio questa struttura che recuperano nella lite. Esse vivono in una strada rettilinea che, per la sua lunghezza, impedisce il contatto fra i due estremi. Interrompendo la comunicazione con il più vicino, attraverso la lite, la stabiliscono con il più lontano. Avvicinando gli estremi, hanno sostituito allo spazio rettilineo esterno il loro spa-zio mentale; che è curvilineo. Chi le ha portate a vivere in quello spazio ha commesso sopra di esse un sopruso. Ed esse vi rimediano come possono. Rattoppando con il litigio la smagliatura di un tessuto nel quale, d'ora in avanti, potranno vivere a proprio agio.



Quando l'organizzazione esterna dello spazio è disomogenea rispetto alla sua rappresentazione mentale, lo stato di instabilità psicologica che ne deriva porta a conseguenze sociologicamente perverse, secondo che è stato rilevato da Lévi-Strauss per la tribù sud-americana dei Bororo. L'etnologo comincia col dirci la tecnica che ha portato allo "sterminio sistematico" di quella cultura. I missionari per convertire gli indigeni al cristianesimo, li portavano via dal villaggio. Semplicemente. Il villaggio è di struttura circolare, la circonferenza essendo costituita dalle abitazioni, il centro dalla casa degli uomini. Le abitazioni sono di proprietà delle donne. Poiché la popola­zione è divisa in due metà esogamiche, i Tugarè e i Cere, quando un Tugarè si sposa va a vivere in una casa Cere, quando si sposa un Cere, avviene viceversa. Fino a questo punto appare indiscutibile la supremazia delle donne, la comunità risulta sbilanciata in loro favore. Ma, a ristabilire l'equilibrio, provvede la struttura a cerchio. Il centro, che topologicamente è il luogo di maggior prestigio, è occupato dagli uomini, una specie di club per soli uomini dove, per altro, gestita dagli uomini si svolge tutta la vita religiosa della comunità. Sc si consentisse alle cose. di or­ganizzarsi spontaneamente, secondo impulsi naturali fuori di qualsiasi intenzionalità sociologica, consapevole c no, la distribuzione dello spazio naturale sarebbe su due lince parallele. Si instaurerebbe nel gruppo, diviso in due metà che si guardano in cagnesco, uno stato perenne di conflittualità. Ed è perciò clic la società bororo si preoc­cupa di stabilire, attraverso la strutturazione circolare dello spazio e la distinzione tra periferia c centro, un rapporto paritetico tra maschi e femmine e tra i Tugarè c i Cere. Ciò garantisce, pur nel rispetto delle differenze, la solidarietà tra le parti e l'armonia del gruppo. Tant'è vera questa solidarietà che, in caso di morte, il funerale Ce-re si svolge a "spese" della parte Tugarè, il funerale Tugarè a spese della parte Cere. Ed ecco iscritto nello spazio l'ideale platonico della società bene ordinata, che è appunto quella in cui ciascuno svolge il ruolo che gli è proprio.

L'uomo bororo ha organizzato il suo spazio con lo scopo di evitare l'antagonismo e il litigio. Se perde que­sta struttura, perde, assieme alla propria identità, la propria stabilità psicologica. Quando lo trasferiscono in uno spazio fisico rettilineo o anomimo, come quello della città, diverso dal suo spazio mentale, accade proprio ciò che la sua intelligenza aveva voluto evitare, il disordine, la messa in crisi di un intero way of life fatto di mentalità e comportamenti, costumi, emozioni, idee e idealità. Egli entra in un sonno ipnotico in cui ogni manipolazione è possibile. La sua cristianizzazione potrà pur essere un tratto desiderabile dal punto di vista etnocentrico, ma se qualcuno, nello stato in cui egli ha perso letteralmente il terreno di sotto i piedi, volesse iniziarlo, poniamo, alle pratiche della magia nera oppure a quelle del terrorismo politico o della droga? Dare oppio ai cinesi per scopi di dominio è tutt'altro che un'invenzione giornalistica.

Il terzo caso si svolge su uno scenario più familiare. La nostra gente di Gravina vive dapprima su un colle, Botromagno, in età preclassica e classica, poi scende ad occupare le due sponde del torrente e, infine, risalendo dalla parte opposta, pone le basi dell'attuale insediamento, secondo un percorso esprimibile in un ideogramma ad U. II basso della U coincide col vivere in grotte, proprio del Medio Evo, ma che si prolunga fino a noi. E' il caso di uno spazio, per dir così, scomunicato. A nessuno piace sentirsi rinfacciare i propri antecedenti troglodi­tici, tanto più quando questi, in quanto seguono e non precedono uno stato di lusso e di benessere relativi, costi­tuiscono una ricaduta. Sarà questa la ragione per cui un paio di Ministri (dei Beni Culturali e del Mezzogiorno) si scordano di inserire la civiltà rupestre tra gli itinerari che stanno approntando per il Mezzogiorno. Una ragione in-conscia, beninteso! ,Ma, come che sia, vuoi per autoesclusione dettata da motivi di sicurezza, vuoi per il rifiuto ascetico del mondo da parte dei monaci greci che l'iconoclastia catapultò da queste parti (e anche in Cappadocia, in Sicilia, nel materano, nel massafrese, secondo un processo migratorio che durò molti secoli — la Cripta di S. Vito Vecchio è del XII-XIII secolo), nelle abitazioni rupestri dovette incontrarsi una doppia fascia di marginali: l'escluso greco-bizantino e l'elemento latino perifericizzato in basso intanto che il segmento di maggior rilievo so­ciale riservava l'alto per sé, secondo quanto è testimoniato dalla presenza coeva di resti normanni e federiciani (Castello Svevo, ruderi del XIII secolo). La risalita lungo l'asse orientale della U dovette avvenire ad opera di un segmento sociologicamente nuovo del gruppo, che ritenne di dover prendere le distanze da chi continuò a vivere in grotte, schiacciato nel basso, fissato in uno stato di rigida segregazione. Il ponte sulla Gravina, la cui data di co­struzione (XVII secolo) è oltremodo significativa, visualizza il procedimento in maniera emblematica. II ponte viene a congiungere i due corni della U saltando le grotte e il basso, relegandoli così in una temporanea condizio­ne d'oblio, che verrà, in seguito, resa definitiva da una insormontabile quanto visibilissima barriera di palazzi si­gnorili. Per cui oggi, quando il Piaggio e il Fondovito, i due rioni bassi, sono già pressocché deserti, chiasciaro e finivitaro significano ancora un outsider, un diverso, un escluso: la razza gialla, come la chiamano, una razza ma­ledetta. Per cui chi percorre oggi la via Calderoni, costellata sulla destra di palazzi signorili, si trova a un tratto, sulla sinistra e verso il burrone, di fronte a una casa in pendio con ingresso sulla strada ricavato da una vecchia finestra e servito da un ponticello in cemento armato, mentre l'ingresso originale, e non meno funzionale, dell'a­bitazione era sul suo versante opposto, affondato nel basso. Che altro significato può avere la decisione del chiasciaro di non entrare più in casa dalla parte del Piaggio se non quello di status-symbol, se non quello di un volersi mettere alla pari con quelli di sopra? se non quello di un'emancipazione dalla servitù attraverso la ristrutturazione dello spazio? Peccato solo che l'emancipazione avvenga attraverso il cemento armato! Perché è come quella del contadino che, inseguendo il terziario, si è messo a fare il bidello.

Il dispositivo della rimozione ha funzionato in maniera perfetta, ma il rimosso, nella psicanalisi conic nel movimento reale degli uomini, è sempre lì che incombe. Come confrontarsi in positivo con questa istanza onde evitare che essa rigurgiti c venga a galla nelle forme della nevrosi o della rivolta anarchica?

Possiamo immaginare l'andare a vivere in grotte come un regressus ad uterum. La sera chiudo il mondo fuori di casa e mi lascio avvolgere dal tepore del caminetto o della stufa, che è poi il tepore emotivo della famiglia; lo sanno bene gli specialisti della pubblicità o dei media che vengono a farmi visita attraverso lo schermo televisivo. Se fuori la città è piena di rumori, di siringhe, di spari, io mi rifugio in casa, nello spazio rassicurante del privato; il sonno, più che un recupero di energie in senso organico, debbo considerarlo, in termini di controinvestimento psichico, come ritorno al grembo da cui sono stato nutrito e protetto. La psicanalisi di scuola junghiana consiglia il ritorno alla matrice primordiale, associata al simbolismo ctonio-acquatico, conio una delle condizioni della per­sonalità integrata nel Selbst; -l'etnologia sottolinea nei riti iniziatici il valore rigeneratore del ritorno al basso, all'informale rappresentato dalla terra e dall'acqua, del ritorno alla grotta come al grembo materno (la grotta è sempre vicina a un corso d'acqua). Gli studiosi dell'induismo rendono esplicito il valore del tempio indiano quan­do, descrivendone l'area esterna conic un percorso obbligato, vedono il visitatore costretto a leggere sui bassori­lievi delle pareti il cammino filogenetico dell'umanità alla rovescia e, quindi, lo vedono psicologicamente impe­gnato in un percorso a ritroso nella propria storia personale, che conduce alla catarsi. Sarebbe, si potrebbe con­cludere, assai salutare in questo senso una ridiscesa della comunità in grotte. Lo sarebbe soprattutto per fini di rigenerazione epistemologica tramite la destrutturazione dei modelli della salita. Ma, chi volesse proporla, eccetto che per quest'ultimo aspetto, si esporrebbe all'accusa di irrazionalità e misticismo, oltre che all'obiezione, già sol-levata per la civiltà contadina (da Ida Magli), che, quando si vogliono conservare i segni di un passato di sopruso, si perpetua la sopraffazione e il sopruso. Ma sarà poi vero che il sopruso si esercita di più sulla condizione conta-dina che sui soggetti che la vivono? E. che dire dei terremotati lucani che hanno inteso rimanere nei luoghi del secolare sopruso? Certo non si può dissociare il ciador dalla immagine dei roghi e della tortura, ma quanto osceni ci sono apparsi sul video a colori i gialli e i rossi dei piumini d'oca che ricoprivano la donna lucana! L'alternativa, allora, non è tra il rimanere fissati alla condizione contadina e il potersene disancorare, il problema è piuttosto di vedere a chi spetti di decidere, se alla carità internazionale debba essere riconosciuta la competenza a decidere l'e­sproprio dello scialle nero. Leggo sulla "Gazzetta" a firma di Sabino Acquaviva, la tesi, semplicistica ma confor­tante, che in Puglia non c'è terrorismo perché le innovazioni, anche industriali (il siderurgico di Taranto) non hanno rotto traumaticamente gli autonomi processi in atto nel tessuto regionale. E, cioè a dire, perché non v'è stato l'esproprio violento di una identità ad opera di altri. Gli altri che hanno deciso lo sradicamento della "nonna" torinese, gli altri che hanno scelto, per le donne della sciarra e per gli indigeni bororo, di riandarli a vivere altrove. Relativamente allo spazio, c'è sempre un terzo che si preoccupa di organizzarlo per noi, e sempre secondo il proprio modello. E questo è sopruso. Sicché reagire al sopruso altro non significa che rientrare in pos­sesso del proprio modello per poterlo imporre alla bruta fisicità, per lo spazio, anche il più scomunicato, quello che la coscienza nasconde nei suoi ripostigli più segreti, si tratta di possederlo secondo Io schema di "bene culturale" (vedi in proposito Pina Belli d'Elia), un bene appunto, che io posseggo e uso quando e come voglio. Anche nel senso di opporvi un rifiuto. Se non mi integrassi anche il rimosso, nel senso non di far-ne la mia essenza costitutiva, ma di poterne disporre come di un bene, un missionario o un qualsiasi altro ge­nio malefico clic progettasse un sistema di deportazioni di massa troverebbe, corse è già avvenuto negli anni '50-'60, una via facile e priva di resistenza. E questo, sì, che sarebbe la perpetuazione del sopruso!

Il dominio si afferma a cominciare dallo spazio e al dominio si perviene o per usurpazione, ed allora mi fan-no un sopruso, o per delega, cd allora accetto il sopruso. E' anche questa una costante antropologica. A livello etnologico, lo spazio interdetto stabilisce la discriminante tra il puro e l'impuro, e, cioè, tra dominati e dominan­ti, a livello storico, la festa antropologica che immette l'eros nella piazza coi Saturnali o col Carnevale medievale, si trasferisce. dal XVI secolo in poi, nello spazio chiuso del teatro di corte e i dominanti Luigi XVI e Carlo Ema­nuele Il, vestono panni di attori per gestire lo spazio ristretto; la chiesa, la corte di giustizia, la scuola acquistano di sacralità e diventano luoghi deputati, spazi inclusivi-esclusivi. In questi spazi bisogna parlare sottovoce.

Due casi chiariscono l'usurpazione e la delega. L'uno riguarda il Piano Regolatore di Gravina, del quale si sta approntando la variante, l'altro desume dalla Bozza di Piano di Sviluppo della Regione Puglia (1981) la soggia­cente nozione di sviluppo.

Occupare la periferia o il centro non è indifferente. Sapri, che in Campania è il comune più periferico verso il sud, ha dovuto aspettare vent'anni per avere un ospedale e, cosa che ha fatto notizia, ha dovuto erigerci le barri­cate per vederselo aprire; dal comune più periferico della regione pugliese, (la Gravina, per la situazione delle strade, non si esce indenni in nessuna direzione, ma specie nel tratto Gravina-Altamura, disseminato di "punti neri" e nerissimi. Fu per questa ragione che Gravina, così come il maschio bororo si dispone al centro per bilan­ciare il prestigio che alla donna deriva dal possesso, nel darsi il suo Piano Regolatore assunse il punto di vista del centro. La forma che la città avrebbe assunto entro un contesto più ampio era, insomma. la rivendicazione di un ruolo. Come tutto ciò che è interno al Mezzogiorno d'Italia, la città era stata storicamente punita da uno svilup­po a pettine, che aveva sacrificato il centro a vantaggio della costa (la polpa e l'osso). La filosofia del territorio che se ne ricava, la cosiddetta politica dei poli, promise a titolo di risarcimento la diffusione indotta dello svilup­po dai poli costieri all'interno. 'tutto fu portato sulla costa con la doppia conseguenza contraddittoria che oggi mentre la tenacia dei due Ministri li porta a costruire gli itinerari su un'ottica ostinatamente costiera, (ed è questa la ragione conscia dell'esclusione dell'itinerario rupestre), la Bozza Regionale di piano. nel riconoscere clic per il decennio '60-'70 "il processo (li sviluppo ha privilegiato marcatamente la costa" (a pag. 236), paventa il rischio che nello spazio regionale si riproduca il dilemma nazionale sviluppo-sottosviluppo, nordsud, dal momento che la Puglia ha assunto in sé "queste due caratteristiche, con aree contraddistinte con (da?) un relativo addensamen­to di attività economiche ed aree con colorazione via via più tenue, fino a contenere zone clic possono far temere processi di desertificazione non facilmente recuperabili" (pag. 95). Come si disse allora, negli anni '60, un territo­rio a scatole cinesi c uno sviluppo a bottiglia, con due grosse pareti laterali, le costiere adriatiche c tirreniche, cd un gran vuoto al centro (Piano di sviluppo della Basilicata). Stando queste condizioni, se la città nell'assumere l'attuale forma ad imbuto sull'asse della 96 aveva assecondato per inerzia il sopruso storico facendosi calamitare dal capoluogo, insistere su quella forma avrebbe significato rinuncia fatalistica c rassegnazione. Quelli erano gli anni (li un'illusione, che io chiamo newdealista, nei quali si pretendeva di poter decidere il territorio. La rivista Basilicata aveva avanzato l'ipotesi, conforme al progetto '80, di conurbare Gravina con Santerano, Altamura c Matera nella prospettiva di un sistema metropolitano "forte" che, sostenuto da uno sviluppo originale delle aree murgiana e materana, potesse opporre un contrappeso interno, per la prima allo svuotamento operato dalla costa adriatica, per la seconda alla fuga delle attività e dei servizi verso Metaponto. Il Piano Regolatore di Gravina era già tutto implicito in queste premesse: non c'era che da ribadire terminale di traffico anzicché area di transito per le grandi direttrici di traffico" (pag. 233)? E chi l'avrebbe deci­so se non gli egoismi agrari e la fame di mercati delle imprenditoric centro-europee? E non si delega così ad altri l'utilizzazione del proprio spazio? L'uomo primitivo, si dice, è succubo della natura, del dato. Ma forse non c'è maggior dignità nell'indigeno bororo che reagisce al dato oggettivo, ed oggettivamente squilibrante, inventandosi i fattori di riequilibrio e collocandoli al centro, di quanta ve ne sia in una classe dirigente moderna che accetta di trasformare il proprio spazio in mercato, con quanto di alienante e di stagnante, di perdita di identità e di accul­turazione eteroctona, il mercato comporta? La politica del rappezzo episodico che la Regione Puglia suggerisce viene così a collocarsi sul prolungamento, piuttosto che delle ambizioni per le industrie ad alto contenuto tecno­logico, dell'impotenza a ribaltare le scelte che altri hanno fatto sulla sua testa. La Sozza infatti si limita ad anno­verare tra gli interventi viari, possibili ma non necessari, "il completamento dell'itinerario Altamura-Gravina-Basilicata" (pag. 242). Senza assegnare a questo itinerario un qualche ruolo funzionale, né agricolo, né industria-le, né turistico-culturale, né di qualsiasi altra natura. Fossero andati a scuola dai Bororo, le cose sarebbero andate diversamente! Gli indigeni non si limitano ad occupare il centro, essi vi vanno a svolgere una funzione, l'ammini­strazione del fatto religioso, utile a tutta la comunità. Quale funzione utile a tutta la comunità pugliese viene assegnata alla Murgia nella Bozza di Piano?

A proposito della possibilità di individuare un ruolo funzionale per le aree interne, c'era stato chi negli anni del boom e delle illusioni, vedendo nel Mezzogiorno un ponte tra il centro-Europa ed Israele, aveva pensato che la Murgia e la Calabria ne potessero costituire l'ossatura con una grossa infrastruttura Canosa-Sibari, destinata al­tresì ad esaltare il porto calabro. A livello di Murgia l'asse longitudinale interno, procedendo ad una più equa re-distribuzione dello spazio, avrebbe bilanciato gli egoismi delle due costiere adriatica e tirrenica. Un'altra illusione che è caduta assieme a tutte le altre oggi che mandiamo i nostri guerrieri nel Sinai, non so bene se alla prima o al-la decima crociata! Ciò che in particolare è caduto è la domanda di sviluppo, nel momento in cui la gente, dopo gli anni drammatici dell'esodo, si è confortevolmente adagiata sulle piume dei consumi e dcll'assistcnzialismo, le mille miglia lontana dal presentirne l'intrinseca precarietà; il terremoto, neppure il terremoto l'ha scossa! Sicché oggi la Murgia è costretta a giocare in difesa. Tutto quel che deve fare, nell'attesa che la crisi evolva in direzione di una domanda di cambiamento, ciò che si dimostra storicamente possibile nel New-Deal roosveltiano, è di non farsi derubare. Di tutto ciò che potrebbe risultare in avvenire utile fattore di sviluppo e, prima di tutto, dello spa-zio. Di tanto in tanto, con tentazione ritornante, un qualche Ministro della Repubblica vuoi destinarla a poligono di tiro. E' successo. Ma qualcuno fece notare che, oltre a connettersi ai rischi della perdita totale del territorio ad opera delle "servitù", l'iniziativa non pagava in termini di sviluppo: si poteva ipotizzare, si e no, un incremento nella vendita di gassose o, al massimo, l'apertura di tre o quattro case compiacenti per militari solitari. E' succes­so di recente, può succedere ancora. C'è ora però chi, con ambizioni tanto maggiori quanto peggio riposte, va far­fugliando di un nucleare sulla Murgia mentre questo nucleare è già andato altrove.

Non esiste un nucleare per la Murgia se non come mezzo per animare un dibattito, per la verità molto fiac­co. Sarebbe un discorso già chiuso se non spingesse a riaprirlo una necessità interna al ragionamento. Gli urbani­sti, mutuandolo dalla biologia dove significa mostro, usano il termine superfetazione per dire un'anomalia; si trat­ta di un incidente accaduto allo spazio, di una struttura estranea al contesto c ad esso rimasta giustapposta perché incapace di farsene assorbire. Psicologicamente la superfetazione respinge, esteticamente ripugna. Il nucleare sulla Murgia è una superfetazione. Pensate di dovervi alzare un mattino per una battuta di caccia sulla Murgia (o, ciò che è più probabile, per una cerca di funghi) e di dovervi imbattere in queste strutture orwelliane del nucleare paracadutato di notte da un elicottero. Pensate al contrario di potervi imbattere, che so, in un bosco, o in un pra­to, o in una stalla moderna. Pensate di poter trascorrere sull'altopiano il sabato e la domenica, o un periodo più lungo, allo scopo di respirare ossigeno e non vapori di nafta o diossina. Pensate di poter andare a teatro nelle città che costellano l'altopiano o di potervi andare per vendere il latte o il legno alle industrie che lo trasformano. Un idillio, un'utopia! Ma quanto più realistica questa utopia a petto di certe ipotesi manageriali! Pomigliano d'Arco, infatti, è improduttiva. Ma lo è perché gli operai snobbano la catena di montaggio per la partita, cosa che avviene anche nella Torino della Fiat, oppure perché l'operaio-contadino, quando maturano i vigneti, non può vederseli andare in malora?

BIBLIOGRAFIA

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Ida Magli, Lo scialle nero, su "La Repubblica" del 31 gennaio 1981

Sabino Acquaviva, Questa Puglia senza terrore, su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 31 ottobre 1981 La voce Festa della "Enciclopedia Einaudi", vol. 6

Regione Puglia, Scelte strategiche e politiche settoriali del piano regionale di sviluppo, Bozza, luglio 1981