TESTO E FOTO DI FERDINANDO MIRIZZI

FERDINANDO MIRIZZI

è docente di discipline demo antropologiche presso la facoltà di Lettere e Filosofia della Università di Basilicata. Tra i suoi principali campi di studio e di ricerca vi sono la storia della cultura materiale, la storia del territorio e degli insediamenti rurali, le forme di auto rappresentazione e la scrittura autobiografica e popolare. Negli ultimi anni, poi, si è particolarmente dedicato a temi riguardanti i patrimoni culturali e l’antropologia museale, anche all’interno delle attività della Simbdea, di cui è socio fondatore. È direttore responsabile della rivista «Archivio di Etnografia».




Nel clima di generale risveglio di interesse per il Carnevale, divenuto negli anni Ottanta autentico fenomeno di massa, variamente definito dalle innumerevoli sfilate di carri sul modello viareggino o putignanese, dall'esplosione del raffinato e colto carnevale veneziano o, ancora, dalle forme di partecipazione spontanea, giocosa e `liberatoria' dei gruppi giovanili, specie in àmbito urbano, a Gravina di Puglia si è registrata la ripresa, dopo oltre vent'anni, di due cerimoniali tipici del Carnevale tradizionale: la corsa all'anello e la sfilata degli aratori e dei seminatori. Precisamente, nel 1984 il presidente della Pro loco, dott. Giuseppe Schinco, e il parroco della chiesa di Sant'Agostino, don Saverio Paternoster, si rivolsero ad un gruppo di contadini ed ex contadini, tra cui Vincenzo Magliocco, Michele Matera e Domenico Olivieri, che in gioventù erano stati protagonisti e/o spettatori di quei cerimoniali, perché li riproponessero in forma quanto più aderente possibile ai modelli delle manifestazioni organizzate ed osservate in passato. Si trattava di ricostruire su base memoriale tratti della cultura tradizionale da riprodurre e rappresentare, rifunzionalizzandoli, in chiave paradigmatica e didascalica.

L'operazione si inseriva in un progetto più complessivo di recupero e riproposta dei vari aspetti della cultura popolare del territorio, che ha comportato, tra l'altro, la nascita significativa nel 1988 di un «Centro di documentazione della vita contadina» che, senza voler essere un museo, e quindi svincolato da problemi di natura espositiva, si presenta propriamente come una sorta di ricco «deposito» di oggetti, organicamente strutturato e articolatamente organizzato, con dichiarate intenzioni documentarie e didattiche. Ma torniamo al Carnevale





La corsa all'anello




Dal 1984, dunque, l'ultima domenica del ciclo carnevalesco, nei pressi della chiesa di Sant'Agostino, si svolge annualmente, dopo una lunga interruzione, la corsa all'anello, una gara appartenente a quel genere di giostre a cavallo che, ispirandosi ai cortei cavallereschi medievali, conobbero una grande fioritura a partire dall'età rinasci-mentale. Molto diffuse nell'Italia centrale e settentrionale e nella Sardegna, tali giostre non avevano in origine una precisa collocazione nell'arco calendariale, ma finirono ben presto per essere inglobate nei rituali e nel periodo carnevaleschi, probabilmente per via della carica agonistica che le contraddistingueva e che, come è noto, rappresenta anche uno dei caratteri costitutivi del Carnevale.

La corsa all'anello, che ha oggi la sua espressione più nota e spettacolare nella «Sartiglia» di Oristano, consiste in una gara tra cavalieri, che devono cercare di infilare, con un bastone, una spada o una lancia, un anello sospeso tra i due lati di una strada. Allo stato attuale delle cono-scenze e della documentazione, la giostra gravinese costituisce nello specifico un unicum in territorio pugliese, trovando però un collegamento stretto e significativo col più famoso «palio del viccio» di Palo del Colle, dove l'ultimo lunedì di Carnevale alcuni cavalieri, vestiti con camicia e pantaloni bianchi, devono lacerare, con un bastone dotato diffusissimi - e vitali, in taluni casi, ancora fino agli anni Cinquanta - palii del pollo e del tacchino, come in origine era sicuramente quello di Palo, durante i quali i concorrenti a cavallo dovevano colpire con una mazza polli o tacchini vivi, appesi con le zampe ad una fune.




In ogni caso, si tratta di manifestazioni con funzioni essenzialmente spettacolari e sceniche, rivolte ad un pubblico separato anche fisicamente dai protagonisti e destinate a far risaltare il coraggio e l'abilità dei cavalieri, che con una mano devono reggere le briglie e guidare il cavallo al galoppo, con l'altra infilare o colpire il bersaglio, riuscendo a mantenere un assetto coordinato pur dovendosi, nel momento culminante, sollevare sulle staffe.
A Gravina, dunque, la gara richiede ai concorrenti di infilare, con una mazza di piccole dimensioni, un anello di ferro inserito in un bastone di ferula, che è assicurato ad una corda sospesa, in alto, alle due estremità di una strada in piazza Sant'Agostino. I cavalieri hanno a disposizione ciascuno cinque giri di prova per acquisire il diritto a partire nelle prime posizioni nel sesto e decisivo giro, durante il quale si assegna la vittoria a chi per primo riesce nell'impresa di infilare l'anello. I cinque tentativi iniziali hanno dunque lo scopo di determinare la griglia di partenza per la gara vera e propria - chi infila più volte l'anello parte per primo e, a parità di anelli infilati, si procede ad un sorteggio - e costituiscono in sostanza un escamotage messo in atto dagli attuali organizzatori per allungare i tempi della manifestazione e renderla più interessante e avvincente agli occhi degli spettatori. In passato, invece, la giostra consisteva solo nel giro competitivo ufficiale, mentre l'ordine di partenza era direttamente stabilito in base ad un sorteggio tra i partecipanti, che dovevano peraltro procurarsi il bastone consistente in genere in un rametto di mandorlo o di altra pianta; oggi è invece la Pro loco a fornire ai concorrenti delle mazze uguali per tutti, della lunghezza di una ventina di centimetri circa.

Il premio per il vincitore consisteva, e consiste tuttora, nell'onore di poter offrire a San Michele, patrono della città, un anello d'oro, oggi messo a disposizione dai gioiellieri gravinesi, che viene applicato con un nastrino al braccio della statua in pietra del santo custodita in un altare laterale della maggiore chiesa cittadina e che, secondo la tradizione, non deve essere di lì spostata per nessuna ragione, pena il rischio di gravi terremoti. L'atto dell'offerta avviene alla fine della gara, quando tutti i cavalieri accompagnano, in un improvvisato corteo, il vincitore fino alla vicina cattedrale, dove tutti insieme rendono omaggio all'effigie del santo, di recente attribuita a Stefano da Putignano.

La manifestazione comporta oggi qualche difficoltà di natura organizzativa, perché rispetto al passato le strade sono naturalmente asfaltate, e quindi non adatte ad una competizione equestre; il che ha determinato, ad esempio, oltre all'esigenza di ricoprire ogni volta il fondo stradale con «tufina», lo spostamento del punto di sospensione dell'anello da via San Sebastiano (nota a Gravina come u stratòne de Criste) all'attuale piazza Sant'Agostino, dubbiamente più comoda per cavalli e cavalieri. Ma ci sono altre ragioni alla base delle difficoltà organizzative: il generale disinteresse della popolazione, principale motivo, del resto, dell'interruzione, alla metà degli anni Sessanta, della gara, che era stata in quel periodo trasferita, per ragioni di sicurezza e di traffico, al decentrato campo sportivo; e, soprattutto, la scarsezza di cavalli e cavalieri, i quali ultimi, pur non avendo le stesse abilità di quelli del passato, hanno bisogno di essere invogliati - quasi pregati - alla partecipazione, come lamenta il presidente della Pro loco. Eppure, fino agli anni tra le due guerre era un onore per i contadini prender parte alla «corsa», indossan¬do tuniche e fasce multicolori - per travestirsi da improbabili antichi cavalieri - e potendo tra l'altro montare sui migliori cavalli della zona, che i proprietari mettevano volentieri a loro disposizione, ostentando così la propria ricchezza e sponsorizzando in certo qual modo la gara.

  


Sono questi, del resto, problemi ricorrenti in tutte le operazioni di riplasmazione e riproposta di fatti e fenomeni appartenenti alla cultura tradizionale in contesti nuovi e sottoposti ad una forte dinamica trasformativa, all'interno dei quali rischiano di rimanere isolati e cristallizzati come corpi estranei e semplici espressioni memoriali. Una volta esaurita la loro carica di novità e soddisfatta l'immediata curiosità della gente per quel che è stato e che non è più, tali fatti vedono progressivamente affievolire anche le loro valenze comunicative nella dimensione ripetitiva e stancante del già visto, da porre ormai negli archivi della memoria e nulla più, a meno che non si carichino di nuovi significati e di funzioni rivitalizzanti, adeguati gli uni e le altre ai presupposti e alle esigenze della società moderna. E in questa prospettiva la corsa all'anello, probabilmente più della sfilata degli aratori e dei seminatori di cui ora si parlerà, può vantare qualche concreta chance, da una parte per la sua peculiare caratteristica di gara sportiva e per le sue potenzialità spettacolari, dall'altra per l'attuale «recupero» del cavallo, di tipo ludico e/o turistico, che rientra nella più generale domanda ecologica di riappropriazione di un rapporto diretto con la natura proveniente soprattutto dalle nuove generazioni. Quest'ultima considerazione sembra trovare conferma nell'odierno sviluppo dei maneggi e nel fatto che una del-le maggiori attrattive di molte delle ormai diffusissime aziende agrituristiche sia costituita proprio dalla proposta di passeggiate a cavallo attraverso prati e boschi.


La sfilata degli aratori e dei seminatori



Dal 1984 al 1988, il martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, nelle prime ore del pomeriggio, davanti alla chiesa di Sant'Agostino si cominciava ad avvertire un'animazione crescente, con ragazzi ed adulti vestiti con vecchi abiti e col volto annerito o coperto con barba e baffi, occhiali e nasi finti, o con maschere di plastica di vario genere. E poi un insolito raduno di muli, traini, aratri ed altri strumenti agricoli a trazione animale o di uso manuale. Si preparava il tradizionale corteo degli aratori e dei seminatori, che riproponeva a Gravina uno dei cerimoniali carnevaleschi più ricorrenti e diffusi nell'Europa contadina, dalla Grecia alla Spagna, dalla Germania all'Inghilterra, oltre naturalmente all'Italia: la cosiddetta «aratura rituale», consistente nel trascinamento di uno o più aratri per le vie del paese, che riproduceva metaforicamente e in una «dimensione rovesciata» una situazione `normale' della vita quotidiana.
Ora, se l'«aratura rituale» costituisce uno dei motivi costanti dei carnevali tradizionali e si riporta indubbiamente ad antichissimi modelli, ogni specifica «sfilata di aratri» deve, però, essere letta - tenendo anche conto degli elementi di recente formazione ed immissione - all'interno del suo contesto storico e sociale, nel quale trova motivazioni e ragioni, evitando così ipotesi esplicative generiche, in base a presunte, `primitive', astratte e generalizzate esigenze di propiziazione e di fecondità della terra, che si potrebbe essere tentati di formulare per la suggestiva eredità di approcci interpretativi trasmessa, a chi si occupa di folklore, da certa antropologia di fine Ottocento attraverso soprattutto la lettura del Ramo d'oro di J.G. Frazer.
A Gravina, dunque, il corteo mascherato tendeva in maniera specifica a riprodurre fedelmente, su fittizie coordinate spaziali e temporali, le diverse fasi del ciclo della semina, rappresentandone metaforicamente gli atti, le situazioni, gli uomini, gli animali, gli attrezzi, in una sorta di museo vivente dotato di forte carica suggestiva e di notevole valore comunicativo, rafforzato dalla teatralità dei gesti e dalla immedesimazione nella parte dei protagonisti, attori in fondo di sé stessi.
Il corteo era aperto e guidato dal «massaro», quasi sempre Domenico Olivieri, 57 anni, `organizzatore' riconosciuto della mascherata per diritto familiare (prima di lui ad organizzarla era il padre, e prima ancora il nonno) e per particolare competenza nell'uso degli attrezzi e nella esecuzione dei lavori, che svolgeva la funzione, proprio come un vero massaro, di sovrintendere, dirigere e controllare gli altri contadini impegnati perché tutto procedesse regolarmente e nel migliore dei modi. Ognuno aveva un compito specifico, assegnatogli in base alle proprie capacità e conoscenze. Il primo personaggio della sfilata, dopo il massaro, era il misuratore (u cumbassatòre), colui che ave-va il compito di delimitare le porche, cioè le fasce di terreno, generalmente larghe tre passi, entro cui si tracciavano parallelamente i solchi, in numero quasi sempre di 18, prima della semina. U cumbassatòre si serviva per questo di una verga lunga appunto tre passi (circa 2 metri e mezzo) e una serie di canne recanti all'estremità due o tre penne di gallina (dette le magnaule), che piazzava ad una distanza di venti-trenta passi l'una dall'altra, in modo da costituire precisi punti di riferimento per la tiratura del solco. Quest'ultima operazione spettava ad un lavorante chiamato u 'mburcuataure (assolcatore), che guidava un aratro di legno con vomere simmetrico (nelle diverse edizioni della sfilata sono stati usati pressoché indifferente-mente l'aratro a bure lunga e a due tiri, detto arète nustròele, e quello a bure corta e ad un tiro chiamato u segghjòne) trascinato da uno o due muli. All'assolcatore seguivano i seminatori, dotati di una bisaccia e generalmente col viso
coperto da un passamontagna, che spandevano nelle strade attraversate, secondo la tecnica della semina a spaglio, semi di grano o di orzo (nel passato più spesso si usavano cenere, farina o (tufina»),Il ciclo era poi `filologicamente' completato da uno o più aratori, che fingevano di ricoprire le sementi sparse, e da un contadino con un mulo, che trascinava un erpice snodato, del tipo «Howard» (chiamato u skurve), avente la funzione metaforica di completare la copertura dei semi ed appaiare il terreno.
Così si concludeva il ciclo della semina, e così erano strutturate le sfilate del martedì grasso che si realizzavano fino ad una trentina di anni fa, pantomime in presa diretta dal vero, in cui i contadini si travestivano da contadini e rappresentavano, simulandole in un apparato scenografico urbano, le azioni e le situazioni che realmente vivevano in campagna, in un gioco strano in cui ciascuno era praticamente il doppio di sé stesso.

   



​Le sfilate organizzate dall'84 all'88, invece, oltre ad inglobare il corteo funebre, un tempo autonomo, che accompagnava il fantoccio di Carnevale - costituito, secondo la tradizione gravinese, prevalentemente da donne vestite di nero con funzione di lamentatrici -, erano arric-chite variamente da altre figure lavorative ed altri strumenti, estranei al ciclo della semina: ad esempio, attrezzi usati nei vigneti, traini, oggetti pastorali, utensili domestici. Il tutto a scopo dimostrativo, «per far vedere», mi ha detto Domenico Olivieri, perché le giovani generazioni conoscano gli strumenti, le tecniche, le strutture e le modalità di vita del passato e prendano coscienza delle loro radici culturali. La mascherata ha assunto così il senso di una rievocazione scenica delle attività agricole scomparse e, in genere, di un sistema di vita e di produzione ormai superato e vivo solo nella memoria di chi lo ha diretta-mente conosciuto e sperimentato.

Pertanto, ]'«aratura rituale» del Carnevale gravinese ha perso totalmente, se in realtà mai li ha avuti, i suoi agganci significanti con le cerimonie d'inizio d'anno legate all'auspicato regolare avvicendamento dei cicli produttivi, così come non è più leggibile semplicemente alla stregua di una tipica componente del classico e carnevalesco.



Qui sotto: la delimitazione delle porche» (19861.«mondo alla rovescia», ed è invece divenuta essenzialmente una rappresentazione memoriale, che utilizza per la sua organizzazione e il suo svolgimento tutti i meccanismi di scelta, selezione e trasmissione propri della memoria come atto di ricostruzione e ricomposizione delle esperienze passate in un insieme strutturato comunicabile e usufruibile in funzione sociale.
Il corteo si concludeva, secondo la tradizione, in piazza Repubblica dove, ad imitazione di quanto avveniva nelle masserie a fine giornata, il «massaro» mostrava una grossa caldaia di pancotto, che veniva distribuito tra i vari lavora-tori come giusta ricompensa e legittimo sostentamento per il lavoro svolto e la fatica sopportata.
L'essenza della sfilata gravinese degli aratori e dei seminatori degli anni Ottanta, al di là di quelli che si potrebbero considerare i suoi significati originari, sta sostanzialmente nella identificazione con i suoi protagonisti, tutte persone «serie e stabili», come mi ha puntualizzato Domenico Olivieri, persone «adattate», cioè pratiche del mestiere e consapevoli del loro ruolo paradigmatico ed esemplificativo di una situazione realmente vissuta e con-vinti di essere portatori di una tradizione che è espressione autentica di una «antichità storica», secondo un'espressione dello stesso Olivieri, da conservare e tra-smettere. E probabilmente quel Carnevale fa parte proprio della storia individuale di quel gruppo di contadini, oltre che di una storia più ampiamente e genericamente collettiva.
Ed in questa identificazione, a mio avviso, sta la forza trainante di un cerimoniale che costituisce per i suoi protagonisti un concreto referente per la riaffermazione di una specifica identità culturale e che può continuare ad esistere e ad avere un senso, dopo l'interruzione dell'89, soprattutto perla sua funzione comunicativa e produttrice di conoscenza e coscienza storica. La sfilata riproponente il ciclo della semina appare, pertanto, nella sua dimensione memoriale, non una rappresentazione nostalgica di un mondo passato che non c'è più, ma una rievocazione scenica di tante storie individuali e, nello stesso tempo, una vera e propria testimonianza documentaria che, contestualizzandosi nella vita stessa dei suoi protagonisti, per-mette una ricostruzione attendibile di un importante aspetto della cultura materiale e del sistema produttivo agrario del territorio dell'alta Murgia, di cui Gravina fa parte. E questa funzione, di rilevante valore sociale, complementare e significativamente integrativa dell'attività del citato «Centro di documentazione», mi sembra sia oggi da considerare preponderante rispetto a quelle ludiche, liberatorie e dissacratorie che pure, come in tutte le cerimonie carnevalesche, sono indubbiamente presenti e fa¬cilmente rilevabili. Sul Carnevale tradizionale a Gravina nel suo complesso, interpretato prevalentemente in chiave «frazeriana», una descrizione (che non riguarda però il ciclo della semina), sulla base di informazioni desunte da fonti orali, è in T. GRANIERI, Il Carnevale gravinese, in Tradizioni popolari. Tipologia e valori delle culture regionali, a cura di F. Noviello, Manduria 1988, pp. 333-357. In particolare, per la corsa all'anello, si veda a p. 335.
Per quel che riguarda il problema generale, rimando ad alcune tra le principali opere sul Carnevale edite in Italia, come:
P. Tosali, Le origini del teatro italiano, Torino 1955 (2a ediz., ivi 1976);
G.B. BRONZINI, Origini ritualistiche delle forme drammatiche popolari, Bari 1974; M. BACHTIN, L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Torino 1979;
P. BURKE, Il mondo del Carnevale, in ID., Cultura popolare nell'Europa moderna, Milano 1980;
AA.VV., Il linguaggio il corpo la festa. Per un ripensamento della tematica di Michail Bachtin, ivi 1983;
AA.VV., Dire efare carnevale, a cura di R. Ferretti, Montepulciano 1984;
J. CARO BARO-(A, Il Carnevale, Genova 1989. Cfr. poi, per un'esemplificazione di ricerche documentarie condotte in àmbiti regionali,
A. Rossi - R. De SIMONE, Carnevale si chiamava Vincenzo. Rituali di Carnevale in Campania, Roma 1977;
L. ORRU, Materiali per lo studio del Carnevale in Sardegna. Saggio di repertorio delle voci organizzazione e balli,
«BRADS», 1977-78, pp. 33-60; ID., Materiali per lo studio del Carnevale in Sardegna. Saggio di repertorio della voce personificazioni, «BRADS», 1981, 10, pp. 5-37; ID., Materiali per lo studio del Carnevale in Sardegna. Saggio di repertorio della voce maschere, «BRADS», 1982-83, 11, pp. 41-84. Si veda, inoltre, il fascicolo monografico su «Interpretazioni del Carnevale» di «La Ricerca folklorica», 1982, 6.
Per quanto concerne poi specificamente la corsa all'anello rinvio al volume di
M. ATZORI, Cavalli e feste. Tradizioni equestri della Sardegna, Sassari 1988, dove il fenomeno è analizzato organicamente da un punto di vista storico-antropologico, all'interno delle diverse forme di competizioni con l'impiego di cavalli presenti nelle feste sarde.

Non posso chiudere questa nota senza esprimere un doveroso ringraziamento a Giuseppe Schinco, presidente della Pro loco di Gravina, per la preziosa collaborazione e per avermi sollecitato con premurosa insistenza ogni anno, dal 1984 al 1989, alla rilevazione dei cerimoniali carnevaleschi descritti. Ringrazio anche per la loro disponibilità al dialogo Vincenzo Magliocco, Michele Matera e Domenico Olivieri, autentici protagonisti e animatori sia della corsa all'anello che, soprattutto, della sfilata del martedì grasso..

L’articolo è tratto da: «Fogli di periferia» Periodico di identità culturale, Anno I, N° 2, pp. 34-40.​
Tradizioni contadine che rivivono nell'alta Murgia


Per una più approfondita ricerca v. anche:
F. MIRIZZI, Storie di oggetti. Scritture di musei, Edizionidipagina, Bari, 2008.
T. GRANIERI, F. LAISO, La carne del diavolo, Gravina,1995, pp. 15-48.