Note sul Carnevale di Tobia Granieri

1.0 — Bru bru e cola-cola

"Bru bru e cola cola erano strumenti a fiato che producevano suoni cupi come i versi del cuculo, della civetta o del lupo, erano fatti di creta e a Leucopetra li usavano per annunciare avvenimenti importanti. Una mattina presto la gente uscì dalle grotte richiamata dal suono dei bru bru e dei cola cola che si spandevano per tutto il villaggio. Se quei suoni erano avvisi di sciagure o di buone nuove nessuno seppe se non quando fu annunciato che Raimondello aveva deciso che era arrivata la primavera, in base alle osservazioni delle stelle, fatte da Caciotto. Aveva perciò dato ordine di dare fiato ai bru bru cd ai cola cola". (V. STAGNANI, Greguro, Bari, 1981, p. 80).

1.1 — Sulle melegranate

Da non molto tempo (1980) la cola-cola viene prodotta a Grottaglie, in qualcuna delle sue numerose fabbriche artigianali di ceramica e terracotta. Eppure questo curioso strumento musicale, più che altro un semplice zu¬folo monotono a forma di galluccio, è un oggetto tipicamente ed unicamente gravinese, come è stato sinceramen¬te riconosciuto dalla sua recente famiglia adottiva.
Il caso mi sembra veramente indicativo ed esemplare, in quanto non è un fenomeno isolato. Pare proprio che i Gravinesi, miei concittadini, siano intimamente affetti da una congenita miopia culturale, che non gli permette di apprezzare nel giusto modo il valore dei patri tesori. Come chi possieda delle pietre preziose senza sa¬perne il motivo e le tenga in nessun conto, invidiando perdippiù l'altrui fortuna.
Il primo problema è chiaramente cognitivo. Perché bisogna conoscere per poter valutare ed agire. Il disinte¬resse è frutto della mancata conoscenza, e generatore di scarsa educazione alla cultura locale non che alla sua gestione politica. Generalmente non si presta molta attenzione a quegli abituali oggetti da cui siamo quotidianamente circondati, salvo poi naturalmente a guardarli con occhi completamente diversi, e a prenderli in maggiore considerazione, nel caso in cui qualcun altro, più avveduto ed esperto di noi,. li stimi di un certo valore o interesse. A mio parere, sembra tuttavia non impossibile aprire gli occhi senza l'estraneo aiuto, e quantomeno lo si potrebbe tentare con pazienza ed umiltà. Le melegranate sono un frutto abbastanza comune presso di noi e sicuramente ben noto ai Gravinesi. I pomi delle Esperidi lo saranno un po' meno. Anche se sono in definitiva la stessa cosa, vista sotto altra luce o, se vi piace, con lenti di altra colorazione, con cui si possono vedere le stesse vecchie cose in modo certamente diverso, e forse nuovo. Sono alla fin fine la poesia, il mito, la leggenda, le tradizioni popolari, il dialetto, la storia, la fiaba. Come tante sfaccettature di un'unica e complessa realtà, l'ambiente in cui viviamo.
Da parte mia ho cercato di non tralasciare occasione di raccogliere informazioni e notizie varie, ove possibile direttamente dalla viva fonte, di tentare di collegare del materiale in apparenza assai difforme, avanzando qualche ipotesi di spiegazione, seguendo in ogni modo le linee direttive del metodo indiziario, volgarmente meglio conosciuto come poliziesco, che in molte discipline, dalla psicanalisi all'archeologia, ha sinora trovato larga e fertile applicazione.
La cosciente sicurezza della sua funzionale utilità è stato di certo il miglior frutto dell'insegnamento dell'amico Enzo Marchetti. Devo anche ai suoi suggerimenti il proposito di fermare sulla carta, in modo men caduco ed estemporaneo, quelle notizie, osservazioni, e divagazioni che dir si vogliano, di varia natura ed argomento, tutte riguardanti più o meno da vicino la storia locale. Che ora modestamente ardisco proporre alla benevole attenzione di amici e concittadini, a non pochi dei quali sono riconoscente debitore di contributi vari di consigli ed informazioni, cortesemente elargitimi nel corso delle ricerche.


1.2 — La Morgue o dell'esame autoptico

Dopo una prima occhiata abbastanza sommaria posso dire che il cadavere si presenta in avanzato stato di decomposizione e perdippiù mutilo. Non sarà facile. Sulla spiaggia intorno intorno alghe, rottami, rifiuti: frantumi dell'esistente. Indizi da leggere. L'Uomo ha certamente avuto una storia, mi son detto. Viene dalla Storia. Buona parte da ricostruire su esili filamenti, da ritessere su trame corrose. E. se mancasse qualche pezzo per completare il puzzle? Purché non sia essenziale, almeno. Comunque, anche se fosse, non ci può sfuggire tutto. Raccattare ogni cosa, innanzitutto: può servire. E poi setacciare, osservare, analizzare, catalogare, comporre, scartare, spostare e ricomporre scambiando le tessere fino a quando cominci a delinearsi un disegno intelligibile: Seguirne la traccia, come in un'attività ludica. Una constatazione immediata: l'identità strutturale. Presenta infatti la stessa mia forma, ed anche gli organi sono in perfetta, benché singolare, corrispondenza con i miei. Un cervello, un cuore, un sesso_ ragione, sentimento e fantasia. La sua storia è anche la mia, e il discorso si semplifica: la sua esistenza è allora ricostruibile in termini psicobiologici, quantomeno (Piaget, Freud, Jung, Fromm). Sarà possibile conoscere più chiaramente qualcosa della sua origine, del suo fluire nel tempo. Ma del suo fine?
E' un interrogativo troppo importante per lasciarne la risposta ai "clerici", è un problema politico che tutti ci investe. Leggere dentro per poter leggere fuori. La logica del Padre, il principio razionale, deve trasformarsi nel fine, nell'immaginazione creatrice della Madre: profonda teleologia palingenetica.
Il compito è lungo e difficile: uccidere il Padre e conquistare la Madre. Essenziale a tutto il processo è il sacrificio del LOGOS, dalla sua uccisione principia la metamorfosi. Perché la logica del Padre è l'ordine, la sistema¬zione, la conservazione. E' la repressione che impedisce ogni mutazione, che nega qualsiasi rivoluzione E soltanto la morte di Laio può frantumare il guscio della Monade-Essere per aprirla all'oceano del Divenire. Recuperare il diverso, l'antitesi è il primo passo del progresso, salvare l'immaginazione una solida piattaforma antiauto¬ritaria. Forse che nulla valgono i miti, la poesia, le fiabe, i sogni e le fantasie? Se ne rifuggite, nel vostro cuore dimora la paura del fine, della fine. Siete legati al Palazzo. Ma non potete comunque distruggere la voce di ESENIN e MAIAKOWSKI. Per capirla, la storia va guardata da lontano, a posteriori, dalla fine. Così l'Historia Humana rerum gestarum, superando le razionali fratture ideologiche, può avviare il processo di sintesi meta-storica, aprendo la via ad un discorso creativo sul senso dell'Uomo e del suo progredire al Fine.


2 - Il Carnevale nella tradizione gravinese



2.1 — Giovanni, Carnevale dell'anno

Il Carnevale aveva inizio il giorno 17 gennaio, festa di S. Antonio Abate, come ricordava il detto Sand' Andùnie, màscechere e ssùene (Sant'Antonio, maschere e suoni). Aveva termine il giorno del Mercoledì delle Ceneri. Il periodo più intenso andava dall'ultimo giorno della Quaresima fino al Martedì Grasso, quindi per una durata di tre giorni, durante i quali si venivano a concentrare tutti gli elementi più interessanti e vari dello spettacolo. Si ha tuttavia notizia di compagnie mascherate che giravano di casa in casa, chiedendo salsiccia, sin dalla Vigilia di Natale, almeno fino alla Prima Guerra Mondiale. Esse erano composte, come viene precisato, non da bambini, ma da uomini, che indossavano un mantellaccio ed andavano suonando un curioso strumento musicale, il Bùchede-bùchede così detto per l'emissione di un caratteristico suono. Esso consisteva in un tradizionale pen-tolino di terracotta, u pegnatìedde, ripieno d'acqua e ricoperto da un panno di tela in cui veniva conficcata un'asta di canna, che si faceva andare su e giù, ottenendo in questo modo un suono cupo e stridente. Nel periodo delle festività natalizie, gruppi mascherati giravano per le strade e, fermandosi davanti alla porta delle abitazioni di amici e conoscenti, cantavano alcune strofette, del tipo seguente:


Uè, la patròne,
ca tu accise u pùerche:
ci na mmu'u fè ssaprè,
m'a da fè 'ngazzè
(Ehi, la padrona! / Tu hai ucciso il maiale: / se non me lo fai assaggiare, / mi farai arrabbiare.)
Oppure cantavano:
Ue, la patròne,
ghie sapute c'accise u pùerche,
e quanne vite a miche
nan facenne u mùsse stùerte.
(Ehi, la padrona! / So che hai ucciso il porco, / e quando mi vedi / non fare il viso storto.)
Altrimenti su udiva il canto:
Uè, la patrone
tu tiene la salzizze:
ci na mmc la fè ssaprè,
m'a da fe 'ngazzè!
(Ehi la padrona! / Tu hai la salsiccia: / se non me la fai assaggiare, / mi farai arrabbiare!)
Oppure:
Iiende a chessa cose
chiave a stizze a stizze:
scinne la patròune,
e vìeneme a ddè la salzizze.
(In questa casa / piove a goccia a goccia: / scendi o padrona di casa / e dammi la salsiccia.)
O anche:
lIe àgghie sapute
ca tu a fatte u mmìere_:
scinne la patròune
e datarne nu bbecchìere.


(Ho saputo / che ha prodotto del vino: / scendi, o padrona di casa, / a darmene un bicchiere.)
Generalmente ricevevano per l'appunto un po' di salsiccia, che poi mangiavano tutti insieme alla fine della serata. I gruppi mascherati degli ultimi giorni di Carnevale erano invece composti da ragazzi o giovani scapoli e anche da ragazze non maritate: si vedevano uscire in giro per il paese con maggior frequenza dalla domenica precedente alle Ceneri. Sin dalla mattinata si poteva udire echeggiare per le strade il festoso grido:
Gente de la strode
preparate u carnevale
ca u rrè iè arrevotel
(Gente della strada, / preparate i/ Carnevale, / perché i/ re è arrivato.)


Allora chi non l'aveva ancora fatto si affrettava ad appendere al balcone il pupazzo di Carnevale e quello di sua moglie, ovverosia di Giuanne e la Quarandane, chiamata pure Mariette. Il più delle volte c'era però il solo Giuanne: era riempito all'interno di paglia e vestito con pantaloni, gilè, giacca e fazzoletto al collo di colore nero, mentre bianchissima era la camicia col suo colletto immacolato. Era seduto su una seggiola piuttosto malridotta, che veniva appesa in alto a lato della porta, oppure sospesa nel vuoto, trattenuta da funi legate agli angoli di un balcone o di due balconi contigui, o altrimenti fissate a due balconi da una parte e dall'altra della strada, sul cen¬tro della quale il fantoccio oscillava liberamente ad ogni soffiar di vento. Sul petto spiccava un cartello con la scritta: Giuanne, Carnevale d'auanne (Giovanni, Carnevale dell'anno).
I pupazzi venivano lasciati così per tutta la durata del Carnevale e se ne trovavano un po' dovunque in gran numero, perché si diceva che portassero benessere e prosperità alle famiglie davanti alla cui abitazione erano ap¬pesi. Nel primo pomeriggio dell'ultima domenica di Carnevale, dopo un pranzo piuttosto succulento, la gente si riversava per le strade del paese dirigendosi in via S. Sebastiano, per assistere alla tradizionale corsa dell'anello. Questa era una gara di abilità e consisteva nel riuscire ad infilare un grosso anello di ferro attaccato ad un pezzo di ferula, tenuto sospeso al centro della strada da una corda tesa fra due balconi, a metà di via S. Sebastiano. I concorrenti dovevano riuscire nell'intento usando una bacchettina di legno e stando in groppa al cavallo in corsa. Cavalli e cavalieri, bardati e in costume, aspettavano il loro turno in piazza S. Agostino (Pellicciari) dove riceve-vano il via da un giudice di gara, il quale procedeva solo dopo aver notato il nulla di fatto del concorrente precedente. AI segnale di partenza, il cavaliere spronava il destriero e scendeva al galoppo per via S. Sebastiano, tentan¬do di infilare il cerchio, indi proseguiva fino in fondo alla strada e risaliva, sempre di gran carriera, per una strada parallela, via Novella, o via Lucania. La folla si accalcava nella piazza oppure ai lati della strada, si affacciava a finestre e balconi, da cui pendevano colorati addobbi di tappeti e coperte di pregevole fattura. La gara terminava quando uno dei cavalieri riusciva a strappare l'anello di ferro, che subito gli veniva sostituito con uno più piccolo di oro. Il vincitore, seguito da tutti i concorrenti, e dalla folla, si dirigeva allora in Cattedrale,dove l'anellino d'oro veniva offerto al Santo Patrono e appeso con un nastrino colorato al braccio della statua di S. Michele, insieme con tutti gli altri anellini degli anni precedenti. Dopo lo svolgimento di questa gara, ecco venire fuori, ad animare le strade cittadine, le diverse compagnie mascherate, formate per Io più da parenti, vicini e conoscenti dello stesso quartiere. Le maschere vestivano generalmente di stracci, abiti dimessi e rattoppati, cappellacci e cappotti o mantelli spesso sdruciti. Parecchi ragazzi portavano vestiti e stivali da pastore, confezionati rozzamente con pelle di pecora. Le maschere si dipingevano la faccia col carbone, poi ci mettevano sopra della polvere bianca di gesso, e con la carta crespa bagnata all'acqua vi aggiungevano dei colori. Molti fingevano di essere storpi, zoppi o gobbi, nascondendo dietro le spalle una palla o un cuscino di stracci arrotolati. Per la strada le maschere ballavano al suono di Bùchede-bùchede, di campanacci momentaneamente sottratti al collo di mucche e pecore, di forchette e cucchiai battuti vigorosamente su marmitte e casseruole, alquanto malandate per la verità. In ogni gruppo &era una ragazza a cavallo, la Quarandòne che indossava un abito di carta e di cartone. Il suo cavallo si tirava dietro un aratro, con cui fingeva di arare, innalzando di tanto in tanto delle alte grida disarticolate e spaventose, tali da impaurire in special modo i bambini, che infatti non le erano avari di doni. Altre maschere recavano in mano dei cestini o pane.


Sò na pòvere zingaredde,
dall'Egitte sò venute:
ce me dòte na cusedde,
v'adnierini di vimini intrecciati, ricolmi di confetti e di fiori di garofani: quando da una finestra o da un balcone qualche bella ragazzi si affacciava al loro passaggio, le offrivano un fiore con una specie di fisarmonica o scala estensibile (la scòle). La ragazza era obbligata ad accettare l'estemporaneo omaggio floreale e, se per caso rilanciava al donatore il garofano, con quel suo gesto intendeva manifestare un tacito consenso all'amorosa prof¬ferta. Qualcheduno si mascherava da zingara e cantava, accompagnandosi al suono di un tamburello:
devinghe la vendure.
Sò venute stamatine
ca te vògghie cunzelè,
sò venute stamatine
ca te vògghie addevenè.
Vide vide ind'o stepòune
ca v'a stè na còusa bbòune:
pòne e fiche e muzzaredde
pe sta povera zingaredde.
(Sono una povera zingarella, / dall'Egitto son venuta: / se mi date una coserella, / vi predico la fortuna. / Son venuta stamattina / che ti voglio consolare, / son venuta stamattina / che ti voglio indovinare. / Vedi bene nello stipone / se ci stanno cose buone: / pane e fichi e mozzarella / alla povera zingarella.)
Qualcuno recava sulle spalle una bisaccia (vesazze), in cui riporre i doni ricevuti. Tutti giravano chiedendo del cibo, e sopratutto della salsiccia, cantando le strofette già surriportate. Una volta che le maschere venivano fatte entrare in qualche abitazione, rinnovavano la loro richiesta in maniera più pressante. Si poteva allora assi¬stere talora ad una allegra scenetta, basata sul canto seguente:


Solista:
Ie tenghe nu gallucce
pe le penne nòre: (bis) iie dòuche la buonasòre o matite e alla megghiòre.
Coro:
lie douche...
Solista:
lie venghe a candè
coE u ptrune... Solista:
tte a stu balcòune: (bis)
e u patrune de la cose
me sembre nu baròune.
Coro:
lie venghe a candè
sòupe a na fercine, (bis)
e la patròune de la còse
me sembre na reggine.
Coro:
E la patròune...
Solista:
lie agghie sapute
ca tu a accise u pùerche: (bis)
nu nanne sciòme da ddò
ci na nne dò nu muerse.
Coro:
Nu nanne...
drona di casa: Anni, fìgghie màie! nann'àgghie fatte miche
cuss'anne salzizze!
Solista:
E nnu venime
venime da laltamure (bis)
dàtenge na còuse
a chisse pòvere criature.
Coro:
Dàtenge na còuse...
Padrona di casa: Anni, arrote u decite? Ma àgghie ditte ca na
nne tenghe: da ddau l'àgghie a sci a pegghiè?
Solista:
lie àgghie sapute
ca la tiene ind'alla credenze: (bis)
iàlzete la patròune pe la sanda paciènze!
Coro:
làlzete la atròune... Padrona di casa:
Pe l'amore dè Ddì: ma chisse sò
forte, chisse càcchie de rare!
lie nge diche ca na l'agghie fatte!
Solista:
E nnu venìeme,
venieme da Salìerne: (bis)
Ci na mme dè la salzizze
chedd'ava'ffè le vìerme!
Coro:
Ci na nne dè...
Padrona di casa:
Bè, assediteve! Mò famme l'assi nu mùerse, ca se ne vanne
dannanze all'òcchiere!
(Solista: lo possiedo un galletto / con le penne nere: (bis) / io dò la buonasera / al marito e alla mogliera. / Coro: lo dò la buonasera... / Solista: lo vengo a cantare / sotto a/ balcone (bis) / e i/ padrone di casa / mi sembra un barone. / Coro: E i/ padrone... / Solista: lo vengo a cantare / su/la punta di una forchetta, (bis) / e /a padrona di casa / mi sembra una reginetta. / Coro: E la padrona di casa... / Solista: lo ho saputo che tu / hai ucciso il porco (bis) / non ce ne andremo di qui / se non ce ne dai un poco. / Padrona di casa: Ahimè! Figli miei, / quest'an¬no non ho fatto proprio la salsiccia! / Solista: E noi veniamo, / veniamo da Altamura: (bis) / dategli una cosa / a queste povere creature. / Coro: Dategli una cosa... / Padrona di casa: Ahimè! Insistete ancora? / Ma io ho detto che non ce l'ho: / Dove la potrei trovare? / Solista: lo ho saputo / che sta nella credenza.' (bis) / alzati, o padro¬na, / con la santa pazienza! / Coro: Alzati, o padrona... / Padrona di casa: Per l'amor di Dio! / sono proprio insi¬stenti, questi maledetti ragazzi. / Se gli dico che non l'ho fatta! / Solista: E noi veniamo / veniamo da Saler¬no: (bis) / se non mi dai la salsiccia / quella si riempirò di vermi. / Coro: Se non ci dai la salsiccia... / Padrona di casa: Beh! sedetevi! Orsù, vado a prenderne un pezzo, / così se ne andranno finalmente questi scocciatori, Madon¬na mia!)
In fondo le maschere si accontentavano di poco: pane, frutta secca, arance e manderini, mele cotogne, me¬legranate, mandorle, noci e nocciole, fichi secchi, focacce casalinghe, tarallucci e dolcetti, e anche qualche soldino. Tuttavia la loro richiesta più pressante restava pur sempre quella degli insaccati di carne suina:


Uè, àgghie sapute
ca tiene u presutte:
dammene nu picche
d'addàu ste rutte.
La Quarèseme av'arrevòte,
nan ze pòute cchiù mangè.


(Ah! sono sicuro / che hai il prosciutto: / dammene un poco / da dove è rotto. / La Quaresima sta per arrivare, / non lo si potrà più mangiare.)
Saggiamente avvertivano che non era utile conservare ancora salsiccia o prosciutto, dal momento che stava per cominciare un lungo periodo di totale astinenza dalle carni, principalmente suine, per cui conveniva consu¬mare al più presto quant'era ancora rimasto e ripetevano l'antico detto:


Carnevòle senza dògghie,
iosce la carne e crè le fògghie.


(Carnevale senza doglie, / oggi la carne e domani foglie.)
Ossia divertiamoci e stiamo allegri oggi che è festa, senza tanto preoccuparci del futuro: ora che non ci è vietato, mangiamo pure la carne, giacché domani non sarà più possibile e dovremo nutrirci unicamente di ver¬dura. Carpe Diem.
E veramente non erano in molti a sottrarsi all'invito: ciascuno donava infatti qualcosa di edibile, così come di buon garbo accettavano gli scherzi e i tiri di cui venivano fatto oggetto. Per lo più le maschere sottoponevano i malcapitati passanti ad abbondanti aspersioni di purissima acqua, attinta con le mani dalle brocche, di cui si servivano anche come strumenti musicali. Oppure cospargevano le vittime, che fingevano di recalcitrare, con una candida pioggia di bianca farina o polvere di gesso. L'iniziale orrore per le maschere, sicuramente poco piacevoli a vedersi, anzi generalmente brutte e mostruose, veniva a stemperarsi in un'atmosfera festosa e godereccia, in cui tutti si divertivano partecipando, anche controvoglia, alla comune allegria:


Carnevale, chiene de pàgghie,
pìgghie u zippe e sòune la bbanne.


(Carnevale pieno di paglia, / prende la bacchetta e dirige la banda.)
Anche se Carnevale è un fantoccio imbottito di paglia, quello è il tempo di suonare, fare festa e di divertirsi. Tutti gli informatori, infatti ci tengono a precisare che allora ci si divertiva, a differenza di quel che accade oggi-giorno, e ce ne indicano anche il motivo, affermando che nel passato le occasioni di distrazione erano poche e innanzitutto fissate in riti, cerimonie, e feste prestabilite. Così si esprime, a questo proposito un poeta dialettale nostro concittadino, Andrea Riviello, in un suo componimento poetico, dove non è difficile sentire una certa qual nostalgia del tempo passato, quando la gente era più sincera e si metteva la maschera solo a Carnevale:


Prime, quanne la fèmene nann'òre tanda mustriòuse,
e l'òmene penzàic a fatiè senza fè tanda iouse,
quanne arrevàine chisse dì,
tutte se dàine alla pazzi.
Avastàie na cuperte e nnu cuscine
na tengiute de facce e ddù lupine,
pe rrire e ppe sciucquè,
pe sfotte e ppe mmangè.
lòusce, ca le tìembe avonne cangiòte,
nan’accorre cchiù la mascecarte
l'òmene la màscechere nan ze la Rive mè
e u crneviile na stè cchiù a spettè.


(Nel tempo in cui le nostre donne / non erano così sfacciate, / e gli uomini pensavano a lavorare, / senza tanto brontolare, / quando arrivavano questi dì, / tutti si davano alla pazzia. / Bastava alloro una coperta ed un cusci¬no, / una faccia tinta e qualche lupino, / per ridere e giocare, / per burlare e mangiare. / Oggi i tempi sono cam¬biati, / non occorre più la mascherata: / ognuno la maschera ha sempre in viso, / e il Carnevale è quotidiano.)


2.2 — La morte di Compare Giovanni

La mattina del Martedì Grasso, al collo del fantoccio Carnevale, veniva appeso un cartello con sopra scritto il suo testamento.
Dei tanti un tempo molto diffusi, abbiamo potuto raccogliere qualcuno che di seguito trascriviamo:


U quarte de dròte
a tutte le vicine de la stròde,
quarte de nitide a tutte le tredecande. (Il quarto di dietro / a tutti i vicini della strada, / il quarto anteriore / a tutti i criticanti.)
Un po' più completo ci sembra un altro testamento:
U quarte de nande
tutte a chidde de do nnande,
quarte destre
ngiu rumanghe alle parìende, cudde senistre
ngiu riàleche a tutte l'artiste, cudde de dròte
ngiu riàleche alla capOse,
o se nò ngiu riàleche a TarOse,
la còpe alle furnOre.


(l/ quarto anteriore / tutto ai vicini, / il quarto destro / lo lascio ai parenti, / quello sinistro / lo regalo a tutti gli artisti, / quello di dietro / alla sedia di decenza, / o altrimenti lo regalo a Teresa, / e la testa ai fornai.)
Notiamo di sfuggita che gli artisti non sono altro che artigiani, o lavoranti d'arte e mestiere.
Dobbiamo invece la stesura di un altro testamento ad un appassionato cultore di tradizioni popolari, l'inse¬gnante Andrea Riviello, di anni 43, il quale, attingendo a personali ricordi del passato, riesce a ricreare un testa-mento tipico, in cui non mancano piccole volgarità e licenziose allusioni, nel più puro stile carnascialesco:


Iìe Giuanne,
note a Gravine, siete quanne vògghie ca, doppe mùerte,
se respètte la vulundè de ci iè mùerte.
lie Giuanne, siine de cerviedde, de salute e d'aciedde,
allàsseche totte la robba màie
a chidde fetiende de le pariende màie.
La sèggie e la banghetedde
a chedda storte de lannaredde. U rezzule
a Mungienze, chedda fàccie de mule.
U vutteciedde
a Tumasine panze d'aciedde. La cucchiòre e la fercine
a cudde menghiarile de Coline. E u rennòle
a Luciette la senza sole.
La capòse
a Marie,fàcce de grattacòse. La damegiòne
a Colette u ngàppacòne. E a Ciccille, pe dispìette la spaddOre du liette.
E a chedda masciòre
ca vu chiamòte "la Quarandòne': nge,allàsseche tutte u quarte de nande
fing'a quanne me vòne acchiè o cambesande.

(lo Giovanni,/ nato a Gravina, chissà quando, / desidero che dopo la mia morte / si rispetti la volontà del defun¬to. Io Giovanni, / sano di mente, / di salute ancora virile, / lascio tutta la mia roba / a quei fetenti dei miei pa¬renti. / La sedia e la panchetta l a quella storpia di Annarella. / La trozzella / a Vincenzo quella faccia di mulo. / il botticello / a Tommasino pancia d'uccello. / il cucchiaio e la forchetta / a quel cretino di Nicolino. / L'orinale / a Lucietta la senza sale. / La sedia di decenza / a Maria, faccia di grattugia. / La damigiana / a Nicola l'acca¬lappiacani. / E a Ciccillo, per dispetto / la spalliera del letto. / E a quella maga / che voi chiamate "la Quaresi¬ma", / lascio tutto il quarto anteriore, / fino a quando mi viene a trovare al Camposanto.)
Nel pomeriggio uscivano i gruppi mascherati girando per il paese, allo stesso modo della domenica precedente. Tuttavia c'erano alcune differenze.
In ogni gruppo c'era una maschera o un fantoccio che rappresentava Carnevale moribondo o defunto. In certi casi, si poteva vedere un gruppo di medici e infermieri, tutti vestiti di bianco, che fingevano di operare un uomo sdraiato su un carretto. I chirurghi avevano in mano martelli, tenaglie, coltelli e forbici. C'era chi estraeva denti mentre altri ingessavano un braccio o una gamba del paziente. Molti tenevano dei sacchetti ripieni di pol¬vere di gesso che spesso veniva cosparsa all'intorno a piene mani.
Altre volte si trasportava sul carretto un uomo travestito da donna che urlava simulando una gravidanza, mentre attorno a lui si affaccendavano i medici in una lunga e difficile operazione, che si concludeva con tagli alla pancia. Venivano tagliate delle budella di animali, mostrate poi al pubblico.
Verso sera ogni gruppo di maschere diventava un corteo funebre che accompagnava il Carnevale alla sepoltu¬ra. Intorno al feretro si levavano alti lamenti e grida di dolore. Le maschere indossavano vestiti neri ma in testa ponevano la federa di un cuscino bianco a mo' di cappuccio, imitando il tipico copricapo dei confratelli che ac¬compagnavano al cimitero un defunto. Altri vestivano da donne, mettevano lunghi orecchini, si facevano u tùppe, annodandosi i capelli sulla testa come un gomitolo e ci infilavano lunghi spilloni, le spaducce.
Tutti gridavano e piangevano. Precedeva il corteo una donna recando in mano una croce rudimentale con la scritta "Cristo".
Il defunto era un fantoccio imbottito di paglia vestito di nero oppure con pantaloni verdi, camicia bianca e giacca nera. Era trasportato su di un asse di legno o su un carretto pieno di paglia, usato per il trasporto del leta¬me, u baiarde. A fianco si ponevano i confratelli e dietro le donne piangenti tra cui la Quarandòne. Si gridava: lè muerte Giuanne / statte bbùne Giuanne. (E' morto Giovanni, addio Giovanni.)
Certe volte si poteva sentire una specie di sceneggiata tra la Quarandòne ed iI coro delle altre maschere:


Solista: lè mùerte mbà Giuanne!
Coro: Cè peccòte!
Solista: Sè bbevute nu surse d'acque!
Coro: E s'è strafucuòte.
Solista:Quanda mmìere s'è frecòte!
Coro: Ah! cè peccòtc!
Solista: iòre nu stangachiàzze!
Coro: Ah! cè peccòte!
Solista: Ah! ci l'avaie a ddisce!
Coro: Ca cumbà Givanne avaie a sci acchiè a Felisce!
Solista: Ci ngi a va ddè mo le solde a Rusine la Candenòre?
Coro: Iìe na ssacce nudde!
Solista: Tu te vè scecaffe dè ìende!
Coro: E nnu ne sciòme a ffè nu quinde!


(Solista: E' morto compare Giovanni! / Coro: Oh! che peccato! / Solista: Si è bevuto un sorso d'acqua! / Coro: E si è strozzato. / Solista: Quanto vino si è bevuto! / Coro: Oh! che peccato! / Solista: Era un fannullone! / Coro: Oh! che peccato! / Solista: Ah! chi lo doveva dire! / Coro: Che compare Giovanni doveva andare a morire! / Solista: Adesso chi deve andare a dare i soldi a Rosina la cantiniera? / Coro: lo non ne so nulla! / Solista: Tu ti chiudi là dentro la bara... / Coro: E noi andiamo a berci un quinto di vino.)
Con queste lamentazioni ed altre dello stesso tenore, accompagnate dal suono di campanacci, posate battute su casseruole, coperchi di latta usati come fossero piatti d'orchestra, il corteo attraversava le vie cittadine. Si an-dava avanti così fino alle ore 22 quando le campane di tutte le chiese facevano risuonare nove rintocchi, tutti uguali e intervallati, a morte. Questo suono di campane veniva chiamato "La desperaziòune" (la disperazione). infatti, secondo la leggenda, Giuanne pare fosse stato un prete, che aveva buttato, come si suol dire, la tonaca alle ortiche, per seguire una donna non molto virtuosa, Mariette o la Quarandòne, con la quale si era unito in ma¬trimonio. Si dovette trattare però di un'unione non molto felice, che spinse il povero Giovanni verso l'ubriachez¬za e l'ozio. Le campane suonavano insieme nove rintocchi, perché riservavano a Giovanni lo stesso trattamento di un Sacerdote, alla cui morte le campane di tutte le chiese suonavano contemporaneamente a morte. I rintocchi della "desperaziòune" annunciavano che ci si poteva divertire e mangiare carne per altre due ore.
Allora aumentavano le grida e i lamenti, ed il corteo funebre si dirigeva verso il cimitero, per seppellire il defunto compare Giovanni.
Quando la processione arrivava in fondo a Via San Sebastiano, nel punto in cui iniziava la strada che porta al Camposanto, il dolore raggiungeva la massima espressione di cordoglio. Le maschere, strappandosi vestiti e capelli, gridavano:
E tu, Giuanne,
ciocche m'allasse a miche?
(E tu, Giovanni, / che cosa mi lasci?)
Tutti si scagliavano sul misero fantoccio, afferrandolo e tirandolo da ogni parte: Chi ne staccava un braccio, chi una gamba, finché lo riducevano a brani.
Allora si dirigevano verso l'aperta campagna, non molto distante, dove accendevano un fuoco e bruciavano compare Giovanni, lanciando nelle fiamme i brandelli del suo corpo straziato.


2.3 — Marietta, la Quaresima

Dopo la morte del Carnevale e la sua sepoltura, durante la notte, le donne lavavano con la cenere posate e pentole, strofinandole energicamente, per toglierne ogni traccia o sentore di carne. La mattina del mercoledì delle Ceneri, di buon ora, il fantoccio imbottito di paglia della Quarandone (Quaresima) veniva sospeso al balcone o attaccato in alto a lato della porta di casa. Il pupazzo, assiso su una seggiola dal fondo impagliato, era vestito di nero. La vedova del povero Giovanni faceva così pubblica mostra del suo dolore asciugandosi gli occhi con un fazzoletto che reggeva in una mano. In grembo teneva un'arancia, in cui erano infisse sette penne di gallina. Dal mercoledì delle Ceneri fino al sabato successivo, per quattro giorni, essa era intenta a filare col fuso. Dalla prima domenica di Quaresima al sabato successivo, per sette giorni, perdeva una penna di gallina dall'arancia ed era intenta ad ammatassare. Dalla seconda domenica di Quaresima, per altri sette giorni, con cinque penne di gallina sull'arancia, si mostrava intenta a raggomitolare. Dalla terza domenica di Quaresima, per altri sette giorni, tenen¬do quattro penne di gallina sull'arancia, era intenta a lavorare con i ferri, facendo la calza. Dalla quarta domenica di Quaresima, per altri sette giorni, c tenendo in grembo l'arancia con tre piume di gallina, era invece intenta a tessere con un telaio in miniatura o a ricamare. Dalla quinta domenica di Quaresima, per altri sette giorni, era intenta a spolverare, mentre l'arancia conservava solo due penne. Dalla domenica delle Palme al sabato Santo, per altri sette giorni, era intenta a stirare e a preparare il corredo, tenendo in grembo l'arancia una sola penna di gal¬lina. Il sabato Santo il fantoccio veniva bruciato o saltava in aria per i petardi di cui era stato preventivamente riempito, proprio a mezzogiorno, quando le campane venivano sciolte per annunziare la Resurrezione di Gesù Cristo, e rimbombavano nel cielo spari di fucili e scoppi di mortaretti. La mattina della domenica, tuttavia, essa ricompariva al braccio di un nuovo sposo, nel tradizionale bianco vestito nuziale, quello della zite. E così Giuanne e Mariette, il Carnevale e la Quaresima risorgevano, convolando a novelle nozze.


* *
Nota al cap. II: Ringrazio l'ins. A. Riviello di a. 43 che mi ha concesso il permesso di pubblicare la poesia sul Car¬nevale ed il testamento, di sua creazione. Ringrazio inoltre quanti hanno collaborato alla raccolta delle notizie: gli alunni della Scuola Elementare di Via Giardini del 2° Circolo Didattico, ed il loro insegnante Andrea Riviello, la classe I F della Scuola Media Statale "Santomasi" 1980/81, particolarmente le alunne Vincenza Vicino, Maria Padula, Carolina Granieri, Elisabetta Stasolla, Patrizia Corrado, Elisa Cucuglielli e Michelina Marculli. Un grazie anche a Maria Luisa Montrone e Michele Lorusso della classe II1 F della stessa scuola, ma soprattutto agli infor¬matori: Filippo Vicino (a. 39), Filippina Digennaro (a. 32), Angela Marvulli (a. 52), Luigi Vicino (a. 75), Rosalia Robertino (a. 50), Arcangela Cicala (a. 48), Nunzia Sornatale (a. 75), Rosa Vicino (a. 50), Giovanna Tucci (a. 65), Nicoletta Candelieri (a. 67), Pasqua Tucci (a. 65), Maria Cassano (a. 45), Costanza Gramegna (a. 67), Grazia Giammarusti (a. 57), Eufemia Ferrara (a. 60), Francesca Matera (a. 46), Letizia Montrone (a. 49), Filip¬po Lorusso (a. 60).
La mia ricostruzione del tradizionale Carnevale gravinese è completamente fondata sulle loro testimonianze, che ragioni di spazio e opportunità non mi permettono di dare alle stampe.
Non mi pare tuttavia fuor di luogo indicare a questo punto il motivo musicale sul quale sono cantati tutti i canti carnascialeschi raccolti e trascritti:


3 - Interpretazione del Carnevale gravinese


3.1 — Etimologia ed origine

Etimologicamente Carnevale significa l'inizio del periodo di astensione dalla carne, cioè della Quaresima, con derivazione dall'espressione del latino ecclesiastico Carnis Levamen o Carnem Levare. Secondo alcuni studiosi, il nome deriverebbe invece da Currus Navalis, un battello a ruote su cui nell'antica Roma si trasportava il simu¬lacro della dea Iside, durante i festeggiamenti che si celebravano, in suo onore, agli inizi di marzo (A. Donini, Lineamenti di storia delle religioni, Roma 1964). Si sa pure che nel Medioevo il corteo mascherato era considerato come una processione degli dei pagani spodestati, assimilati al diavolo. E diversi studiosi germanici propongono una suggestiva tesi sull'origine della parola, facendola derivare da Karne (o Harth), ossia "luogo sacro" e IVal (o Vai) che significa "morte". E Carnevale significherebbe pertanto la processione degli dei morti, dei diavoli. E' chiaro come il concetto di Carnevele fosse legato in modo assai stretto all'inferno ed al paganesimo.
Se osserviamo il periodo di tempo, durante il quale si svolge il Carnevale, potremo chiaramente vedere come esso coincida con la fine dell'inverno e l'inizio della primavera. In anni meno recenti esso corrispondeva cronolo¬gicamente a tutto l'inverno. E' la stagione in cui la terra sembra addormentarsi e morire, prima di risorgere a nuo¬va vita: è allora il tempo dei morti, dell'aldilà, del sotterraneo, degli inferi, del diavolo, del male, che devono essere esorcizzati. Il Carnevale ha quindi un duplice significato, apotropaico e propiziatorio, è la più grande festa di rinnovamento, in cui sono venuti a confluire le licenze dei Saturnali romani e i riti agrari di purificazione e propi¬ziazione che si manifestano principalmente sotto forma di spettacolo. Il carattere fondamentale di tale rito-spet¬tacolo è la sacralità. Essa naturalmente si presenta nelle varie manifestazioni, più o meno evidenti, di magia, nei suoi due aspetti essenziali, omeopatico e contagioso (J .C. Frazer, Il ramo d'oro, Torino 1965).


3.2 — Il Carnevale gravinese

Logicamente il Carnevale gravinese si sviluppa nell'ambito di questo caratteristico rito magico, comune a tutti i popoli della terra, ma che praticamente assume, a seconda dei luoghi, alcune tipiche pecularità. Il fatto che anticamente esso avesse inizio in giorni precedenti al Natale ci conferma la sua coincidenza cronologica col tem¬po invernale, nonché la chiara derivazione dai Saturnali romani. Il Carnevale è rappresentato a Gravina da un fan¬toccio con sembianze umane, e, in qualche caso, da un uomo, nelle processioni mascherate. E' proprio della men¬talità primitiva personificare gli oggetti inanimati, i fenomeni della natura, le stagioni, ed i relativi cicli agresti. L'imbottitura di paglia, e i pantaloni, che ci vengono ricordati di color verde, almeno in un caso, durante il fune¬rale, rivelano il carattere prevalentemente agreste della festa. Il colore verde rappresenta chiaramente lo spirito della vegetazione: basterà ricordare "il Verde Giorgio" della Carinzia, della Transilvania, della Slovenia, della Russia; e anche il Jaeck-in-the-GREEN dell'Inghilterra (Frazer 202-204). Senza dimenticare la coppia divina agro-lunare Tammuz-Ishtar, conosciuti anche con l'appellativo di Urikittu (= il Verde) e "la Verde" (G. Durand, Le strutture antropologiche dell'immaginario, Bari 1972, p. 292 e 297).
Esso rappresenta quindi lo spirito della vegetazione. Gli uomini hanno sempre temuto che il minor calore del sole invernale e la fredda rigidità della terra fossero irreversibili, e forse dovuti ad offese e peccati commessi nei loro confronti, per cui hanno cercato, per mezzo di riti magici, da una parte di purificarsi, dall'altra di sovvenire col loro aiuto alle forze naturali, in modo che esse potessero rinvigorire. Hanno quindi un significato palesamente propiziatorio e si realizzano secondo la tipologia della magia omeopatica tutti quegli aspetti del rito, più o meno velatamente legati a simboli di fertilità, come la corsa dell'anello, la simulazione delle doglie del parto, la finzione di una operazione chirurgica, con estrazione di interiora, e la simulata aratura. Ma soprattutto il riso e l'allegria, basati sul principio magico secondo il quale la manifestazione della gioia ne provoca l'esistenza, assicurando un prospero futuro: il tutto basato sul caratteristico modo di ragionare della mente primitiva, che scambia l'effetto per la sua causa. Per la mente primitiva e popolare, infatti, intervenire sull'effetto è lo stesso che intervenire sulla causa. L'allegria è dovuta alla buona sorte, e allora se voglio propiziarmi il destino non devo far altro che essere allegro, manifestare la mia gioia. Il riso diventa così una cosa seria e sacra, svolge una importante funzione ritua¬le. Nessuno si sottrae allora alle manifestazioni di giubilo, allo scherzo e alla burla, perché si attirerebbe ogni pos¬sibile disgrazia col suo rifiuto di, partecipare alla sacra cerimonia augurale. Il riso è dunque una tipica manifesta¬zione di magia omeopatica, che crede di ottenere il simile col simile, come anche i riti della fertilità summenzio¬nati, o quelli purificatori. I riti di purificazione servono logicamente a preparare i magici effetti di fertilità, e han
no congiuntamente funzione propiziatoria e apotropaica. Ricordiamo che, secondo gli antichi, erano tre princi¬palmente questi mezzi: il fuoco, l'acqua, e l'aria. Noi possiamo riscontrare la presenza di questi tre elementi nel nostro Carnevale gravinese: l'esposizione del fantoccio liberamente oscillante al vento, la sua distruzione finale sulla funerea pira, le aspersioni lustrali cui sono sottoposti i passanti da parte delle maschere. Queste manifesta¬zioni del rito di purificazione si svolgono anch'esse nell'ambito della magia omeopatica. Se il fuoco elimina il male, anche il mio male viene eliminato, se l'aria lo spazza via, anche il mio destino malvagio viene allontanato, e se l'acqua toglie ogni impurità, anch'io sarò purgato. Allo stesso modo, per converso, funzionano la farina o il gesso. Che sporcano è vero. Ma per pulirsi bisogna essere sporchi. Per risorgere bisogna essere morti. Il bianco è il colore della morte e tutto lo spettacolo un rito di resurrezione o, visto sotto altra luce, di iniziazione, che è la stessa cosa, cioè un morire ad una condizione di morte ed emarginazione, per nascere alla vigorosa maturità della vita.
La morte è personificata dalle maschere. Esse sono le anime dei defunti che ci conducono per mano nel rito, che ci guidano alla purificazione. Esse vengono dall'altro mondo, ecco perché notiamo la diffusa presenza del co-lore bianco sul viso, nel travestimento da medici, infermieri e malati, nella camicia bianca, nei cuscini usati come cappucci, nella polvere di gesso, o nella farina. Il sotterraneo mondo degli inferi porta sulla terra, nel mondo dei vivi, i demoni. Maschera etimologicamente significa spirito maligno, anima infernale, dal latino Mosca. Possiamo riconoscere anche questo carattere diabolico nelle nostre maschere: il diavolo, il male, si manifesta come tale spe¬cialmente negli abiti neri, nel sottofondo del maquillage a base di polvere di carbone, nelle simulate imperfezioni fisiche. Non possiamo dimenticare inoltre che Io stesso nome della personificazione del Carnevale, Giovanni, deve essere riportato ad uno dei tanti nomi di copertura con i quali si allude al diavolo, per non pronunciare il suo ve¬ro nome rigorosamente vietato dal tabù.
Alla nota simbologia infernale bisogna riferire anche la presenza di alcuni animali come il cavallo e il maiale. Alcune statuette di questi animali sono state in effetti rinvenute in diverse tombe peucete della collina di Botromagno. Allo stesso significato oltremondano e sotterraneo mi pare ancora di dover anche assegnare tutti quei frutti consumati durante la stagione invernale, i quali conservano la loro possanza vitale sotto una scorza appa¬rentemente impenetrabile, che li fa sembrare appunto morti, incapaci di avere ancora sapore e polpa. Mi riferisco in particolare a quelli offerti in dono alle maschere, e di produzione locale, come le noci, le nocciole, le mandor¬le, le melegranate. Nei momenti di debolezza e di crisi si fa ricorso alle energie più profonde, alle forze sotterranee, alla spinta dell'inconscio, al vigore autoctono. Ma affinché il processo rivitalizzante possa realizzarsi, è neces¬sario purificarsi, eliminare il male personificato in Giovanni, capro espiatorio che prende su di sé tutti i peccati della collettività. E chi potrebbe svolgere questo ruolo meglio di lui, che ha commesso il peccato forse più grave, rinunciando all'abito talare? L'uccisione di Giovanni ha dunque lo scopo di eliminare il male che ostacolerebbe il rinnovamento delle forze naturali. Come per un vero funerale ritroviamo allora le lettura del testamento, il cor¬teo e il pianto funebre, che assume caratteristiche parodiche. Il bruciamento del pupazzo è un procedimento arcaico che riassume il rito nei suoi due significati fondamentali, purificatorio e propiziatorio. Non sembra di do-ver trascurare l'aspetto drammatico di tutto lo spettacolo, che si sviluppa sotto forma di una rappresentazione ora tragica, or satirica, or parodistica (G. B. Bronzini, Origini ritualistiche delle forme drammatiche popolari, Bari 1972). Sulla figura di Giovanni, re del Carnevale, sono venuti a concentrarsi allora, per un naturale processo di accumulazione, diversi significati, per cui egli rappresenta contemporaneamente i defunti (come chiaramente suggerisce il suo vestito nero), il diavolo, il capro espiatorio, lo spirito, della vegetazione, il re-sacerdote, rappre¬sentante del dio grano, messo a morte per propiziarsi la fertilità agreste.
Tra gli altri riti propiziatori basterà ricordare la corsa dell'anello e l'offerta del garofano. La gara di abili¬tà rappresenta simbolicamente un rituale per la successione regale, venendo a svolgere una funzione uguale ad altre competizioni non molto dissimili, basate tutte sulla forza fisica e soprattutto sulla velocità, di cui l'etno¬grafia ci offre non pochi riscontri in tempi e paesi diversi (Frazer), come ad esempio nella non lontana Russia (V. Propp Feste agrarie russe, Bari 1978). La debolezza inetta del vecchio sovrano sarà rimpiazzata dalla potenza del forte vincitore, così come l'impotente re del Carnevale deve lasciare il trono e morire, affinché anche la natu¬ra riprenda novelle forze vitali.
Sempre nell'ambito della magia omeopatica trova spiegazione l'offerta del garofano con la scaletta pieghevo¬le alla ragazza affacciata al balcone, col possibile fidanzamento. Anche il fiore usato nell'occasione, ricco di nu¬merosi pistilli, sembra destinato a procurare magicamente tanto l'esito positivo della richiesta amorosa quanto l'abbondanza universale. Uguale funzione debbono svolgere tutti i frutti ricchi di aurei semi, come arance, man¬derini, melegranate Obiettivo propiziatorio si prefiggono altresì tutte le licenziosità, i balli, i canti, le gare, le oscenità di cui si circonda il re del Carnevale (P. Toschi, li falMore, Roma, 1969).
Sua moglie, la Quaresima, non è altro che un suo doppio, anch'essa personificata nei due aspetti di fantoc¬cio c persona viva. Se la compresenza dei due personaggi è un indice sicuro di arcaicità, come ricorda il Bronzini, bisogna riconoscere che la figura della Quaresima assume un ruolo di una grande importanza nella cerimonia.
Di notevole interesse mi sembrano alcune forme rituali tipiche del nostro Carnevale gravinesc, non riscontrabili altrove. Esse sono quasi cegtamente da collegare ad arcaici aspetti di antiche religioni, sopravvissuti nella reli¬giosità popolare. Così lo smembramento di Giovanni, con la spartizione dei suoi brani, non può non ricondurci alla nota morte di Dionisio i cui resti venivano divisi tra i seguaci. Né possiamo dimenticare l'uccisione di Osiride o lo strazio del corpo di Adone. Tutti destinati, come i loro fedeli, alla resurrezione della carne. Così come il rin¬novato matrimonio tra il risorto Giovanni e la vedova Marietta ripropone le reiterate nozze tra Iside e il suo spo¬so. E' fin troppo evidente la somiglianza con il corrispondente mistero cristiano della passione e resurrezione, qualche volta esplicitamente richiamato, come nel caso della croce con la scritta "Cristo". Ricorderemo a questo punto come questi culti sono tutti legati ad un significato di fertilità, di rinascita delle forze negative. Tra gli altri, nel culto di Cibele aveva molto rilievo il rituale di Attis, suo marito e figlio, che si svolgeva a Roma dal 22 al 23 Marzo, all'equinozio di Primavera. Una immagine del dio veniva sepolta e poscia risorgeva, dando luogo ad una gioiosa celebrazione che assumeva le forme del carnevale, con mascherate e licenza generale.
Le feste Hilaria si concludevano il 27 Marzo con la processione di Cibele, la cui statua, portata da un carro, veniva lavata nelle acque dell'Almone.
In Asia anche le feste di Adone, sposo di Afrodite, presentano la morte del Dio e la sua resurrezione. E in Adone è da vedere lo spirito del grano, come è possibile capire dai "giardini" di Adone, continuati con diverso nome nei piatti con grano e legumi, germinati da poco messi nei Sepolcri del Venerdì Santo (Frazer).
Propiziarsi lo spirito del grano è anche propiziarsi quello dei morti, che tornano sulla terra nel grano novello. Ed Osiride, dio del grano, spirito della vegetazione, dio dei morti e della fertilità, anch'egli aveva uguale desti-no. Ucciso dal fratello Set, fatto a pezzi, risorge a nuova vita per la sua sorella-sposa Iside. Come molti dei della vegetazione, similmente Diòniso aveva avuto una morte violenta, per poi risorgere. I suoi adoratori a Creta e altrove sbranavano coi denti un toro vivo, figura del dio, oppure un capretto. In certi luoghi la vittima era umana, come in Beozia. Al ciclo agro-lunare si deve inoltre ricollegare, come i precedenti, il rituale del mesopotamico Tammuz: Egli, figlio di Ishtar, giunto all'età virile, diventa amante della madre e quindi viene condannato a mor¬te, discendendo agli inferi. Allora gli uomini e la natura prendono il lutto e Ishtar discende nel paese del "non ri¬torno" per cercare l'amato figlio, riportandolo in vita (Durand 302).
Nel mito di Demetra e Persefone, la morte di quest'ultima ne prepara la periodica rinascita. Se il figlio è per¬sonificazione del giovane grano dell'anno nuovo, la madre rappresenta il vecchio frumento dell'anno precedente, che ha dato vita alle nuove messi. E così anche il nostro Giovanni non è altro che lo spirito del grano novello, dio della vegetazione, che muore e risorge, nel mentre Marietta, sua moglie-madre raffigura il seme del grano', la dea della fertilità sotterranea, necessario completamento del primo. Tutti i rituali di questi miti, dai misteri eleusini a quelli isiaci e dionisiaci, si rappresentavano sotto forma di dramma sacro. Come il nostro Carnevale.
E tra gli animali che generalmente simboleggiano lo spirito del grano e della fertilità, non possiamo non ri¬cordare, tra gli altri, il gallo o la gallina, il maiale, il cavallo, tre animali che compaiono o vengono esplicitamente richiamati nel nostro carnevale gravinese. Nel quale un problema a sé stante sembra essere la distanza cronolo¬gica tra i due momenti essenziali del rito, ossia tra la morte e la risurrezione, intervallati dalla quaresima. Si po¬trebbe trattare di un intervento dall'alto, di origine ecclesiastica. Non potendo eliminare del tutto la sopravviven¬za di precedenti religioni, il cristianesimo ha dovuto infatti assorbirne (in parte) alcuni aspetti, con gli opportuni adattamenti, e tollerarne altri, ovviamente cercandone il graduale snaturamento ed il progressivo svuotamento del significato originario. La storia della Chiesa è stata sotto questo riguardo una continua lotta contro le forme di religiosità popolare, sentite dalla gerarchia come un potenziale elemento destabilizzante e dell'assetto sociale e di quello ideologico. Una strana guerra, per la verità, non esattamente priva di armistizi e reciproche concessioni. E giocata soprattutto a lunga distanza, temporeggiando pazientemente, per attaccare il nemico snervato e logorato. Come in questo caso.
Qui si è potuto ricostruire il tradizionale arcaico spettacolo sulla base di parziali ricordi di non pochi infor¬matori. Possiamo tuttavia osservare che ai nostri giorni il Carnevale gravinese ha perduto quasi tutte lc sue carat¬teristiche, e non si differenzia molto dalle altre simili manifestazioni di paesi vicini e lontani, per cui sono scom¬parsi i fantocci, le maschere nel loro aspetto orrifico, l'attesa della vedova Marietta e l'unione col nuovo marito, la corsa all'anello. Se qualcuno, di tanto in tanto, cerca di ripristinarli, si tratta pur sempre di un ripescaggio let¬terario e colto, che non trova più risonanze nella collettività, e perciò è destinato a fallire, o a restare un fatto episodico, e ristretto ad una cerchia limitata di appassionati raccoglitori di testimonianze del passato. La scom¬parsa degli aspetti arcaici e tradizionali della festa sono da attribuire principalmente ad un necessario processo di acculturazione, per cui si sono imposti oggi nuovi modelli culturali tipici della civiltà dei consumi e del benessere, che fanno sentire in modo drammatico un violento complesso di inferiorità e di colpa in chi vorrebbe sentimen¬talmente conservare certe tradizioni legate ad un mondo ed a una cultura, quella contadina, da cui ci si vuole liberare. E allora imperversano e imperverseranno ancor più damine del settecento, principini azzurri, fatine, cap¬puccetti rossi, marinaretti, piccole tirolesi, zorretti, arlecchini, burlamacchi, colombine, zingarelle, olandesine, piratini, indianetti, bambini ragno, giapponesine e negretti.


3.3 — Eros e Logos

A questo punto sembra ormai ben avviato alla sua naturale conclusione il lungo processo di razionalizzazio¬ne, che ha portato lentamente e gradualmente ad istituzionalizzare la festa, limitandone con ciò la pericolosa ca¬rica eversiva. L'impulso primo della libido, qualora fosse lasciato senza freni, costituirebbe infatti un pauroso mo¬mento in cui sarebbe facile cadere nell'autoannientamento ed nel caos sociale.
Il principio del piacere viene rimosso per fare posto al principio della realtà, ed Eros deve essere allontanato per lasciare il campo a Logos. Il caos primigenio trova un ordine, e gli uomini si danno delle regole per difenderlo e conservarlo.
L'impulso sotterraneo e profondo della libido si sublima, viene deviato per realizzarsi in un'opera socialmen¬te utile (H. Marcuse, Heros e civiltà, Torino 1967).
Il Logos è un'ascesa, è l'alto, che si rappresenta simbolicamente nelle forme uraniche e diurne. Mentre l'Eros governa il regime notturno, rappresentato dal basso, e dal pesante. Ma come c'è stata l'ascesa subliminale, è ne¬cessaria la ciclica discesa catartica. In quanto l'alto è la negazione del basso, e la luce, delle tenebre, così l'ordine è la negazione del caos e il conscio dell'inconscio. Una negazione della negazione, una diairesi netta, che ha bi¬sogno tuttavia di una verifica periodica, per ritrovare una base di appoggio, un fondamento alla sua stessa esisten¬za. E' l'essere che abbisogna del non-essere per autorealizzarsi, e verificarsi in un continuo gioco di antitesi. Se il regime notturno e tenebroso è caratterizzato dall'infernizzazione, quello diurno e luminoso poggia sull'antifrasi. Di qui la necessità della verifica e del confronto, della discesa agli inferi, al basso, all'inconscio, alle tenebre, al Caos (Durand).
La festa, il Carnevale, è dunque il ritorno periodico alla libido, è la trasgressione dell'ordine sociale. E' l'or¬gia con tutti i suoi temibili pericoli di esplosione caotica, e di totale annichilimento. Un ritorno necessario per dare sfogo ad immani energie rimosse e deviate, ma non completamente esaurite, anzi sempre più ribollenti come la forza repressa di un vulcano. Si attua allora per esempio il rovesciamento dell'ordine del mondo, il mondo alla rovescia: gli schiavi comandano ai padroni, i poveri ai ricchi, i bambini o ragazzi agli adulti, i non-iniziati agli ini¬ziati, i morti ai vivi. Le maschere, poveramente vestite, che sottopongono gli altri, ricchi e adulti, alla burla ed al-la questua rituale, incarnano bene questo aspetto del Carnevale, come osserva giustamente Levi-Strauss (C. Levi-Strauss, Razza e storia e altri studi di antropologia, Torino 1974).
Ma certo la società non può correre il rischio di ricadere nel caos, e l'ordine nel disordine. Sorge allora la ne¬cessità dell'orgia controllata, di una caduta frenata, una vera contraddizione in termini.
Dall'esigenza di liberare le forze degli Inferi, nasce l'antitetico proposito di convogliarle e dirigerle, di con¬trollarle col transfert. Ossia con la loro rappresentazione rituale. La festa assume così una forma genericamente drammatica. E si realizza l'inspiegabile compresenza di Eros e Logos, l'assurdità del Caos regolato, dell'orgia con¬trollata, della trasgressione permessa. Che producono naturalmente un atteggiamento chiaramente ottimistico, perché la caduta non potrà essere seguita che dalla risalita, e il disordine sfocerà sicuramente nella ritrovata armo¬nia superiore. La teofania del regime notturno e lunare ha pertanto un palese connotato di ottimismo. Dovuto all'istituzionalizzazione e alla ritualizzazione. Come può avvenire anche in altre manifestazioni in cui l'impulso basso viene a poco a poco subordinato all'alto. E il momento catartico dell'innamoramento, con tutta la sua potenza distruttrice, sarà seguito dal tempo della istituzione, e del matrimonio (F. Alberoni, Innamoramento e amore, Milano 1980).
Come la forza rivoluzionaria del messaggio Cristiano andrà lentamente a smorzarsi nella Chiesa istituziona¬le o la povertà Evangelica di S. Francesco a spegnersi nelle conservatrici strutture dell'ordine di frate Elia. E come al glorioso Luglio segue il triste Termidoro così al "fresco vento del Nord" succede la Repubblica partitocratica. Dopo l'entusiasmo del corteo di protesta si tiene l'ordinato comizio elettorale.
Al turbamento di Eros tiene dietro la tranquillità di Logos. Che rischia tuttavia la sclerosi e la rigidità, di divenire una struttura vuota di contenuto, senza la ciclica discesa al basso. Una funzione importante che viene svolta dalla trasgressione, dal dissenso. Che costituiscono la coscienza critica del sistema. Come le proteste popo¬lari, il dissenso Cattolico o sovietico, come il '68, come l'innamoramento dopo il matrimonio. In un continuo tentativo del sistema dominante di assorbire istituzionalizzando. Di deviare col transfert. In questo modo l'impul¬so profondo si sublima nel rituale perdendo la sua carica destabilizzante.
Come già "il Maestro di color che sanno" aveva acutamente osservato, il rito drammatico diventa allora un potente strumento catartico (Aristotele: Poetica). E la società, nel permettere la scarica dell'impulso, limitata nel tempo e nello spazio, nella festa e nel teatro, nello stadio e nella piazza, nel Parlamento e nel foro, ritrova l'equi¬librio ordinato che le permette la sopravvivenza.
E al regime notturno, al regime delle tenebre e della luna, oppone il ritorno del regime diurno, del regno del-la luce e del sole splendente.
Un susseguente che presuppone un antecedente, una luce nata dal buio, un ordine dal caos. Spesso simboli¬camente rappresentati nel loro processo diairetico dalla figura della dea Madre-Luna e dal patetico dramma del Figlio-amante, come nei miti di Tammuz-Isthar, Osiride-Iside, Atteone-Venere, Attis-Cibele, e nei corrispondenti rituali, precedenti storici del Carnevale, dell'estrema coppia mediatrice Giovanni-Marietta, anche loro posti a far da tramite tra i due mondi, il sotterraneo e il superno, tra i quali è sospesa in equilibrio dinamico, oggetto conti¬nuo di forze in tensione, la vita dell'uomo.
Di qui il carattere ambiguo del Carnevale, il cui fondo è nettamente orgiastico, ma che si configura in una rappresentazione drammatica con finalità catartiche, in una mediazione rituale che vuole riparare lo iato, in una precisa volontà sincretica di unificazione dei contrari. E' questa notoriamente l'aspetto peculiare dei drammi agro-lunari nel calendario aritmologico. La festa è quindi un momento negativo in cui le norme sono momentanea-mente sospese, e costituisce insieme una gioiosa promessa dell'ordine risorto.
Il simbolo del Figlio è quello che rappresenta meglio il ricominciamento temporale del dominio del tempo, attraverso il rituale iniziatico, il sacrificio e la festa orgiastica.
E tra gli aspetti teriomorfi del regime notturno ricordiamo il cavallo ed il maiale. Nel mentre il gallo, pur esso ricordato nel nostro rituale, si deve ascrivere al regime diurno, quale alato messaggero di luce, pur costituen¬do, per altro verso, un animale mediatore, che rimuove lo iato, riconducendo alla risalita verso l'alto, alla resur¬rezione.
Se come archetipo allora si può indicare il Figlio, come rituale avremo orgia, iniziazione, resurrezione, e co-me schema verbale Morte e rinascita, sotto il segno della polarità notturna di struttura drammatica (Durand 322 ss.).
Un segno che si manifesta nella pluralità della bi-unione o coppia sacra: Giovanni e Marietta.


— La cultura comica popolare ed il realismo grottesco

Senza ritenere di aver minimamente esaurito tutte le diverse implicazioni mitico-religiose e storico-antropo¬ogiche del fenomeno, non possiamo esimerci dal porci una ulteriore problematica, concernente i suoi aspetti più erettamente e squisitamente socio-culturali. A parte, cioè, le più o meno evidenti sopravvivenze rituali e cultura-i, quale significato abbia avuto e quale ancor oggi abbia nel vivo del tessuto sociale.
Se si vuole individuare una costante specifica del fenomeno, la si deve sicuramente indicare nel riso. Tra le sue più varie manifestazioni esso arriva ad investire la stessa divinità del Carnevale, nella tipica forma della "derisione del dio", ritualizzata in molte religioni primitive. Che può complementariamente anch'essere rafforzato e successivamente motivato dalla caduta e morte del dio (Karne-wal). E' significativo allora il fatto che la derisione on si estende all'altro personaggio, la Quaresima, oggetto invece di pietosa venerazione, di compassione. Cerchiamo di capire la causa. I due personaggi incarnano un particolare dualismo del mondo, una concezione tipicaente popolare della realtà, in cui il serio ed il comico, l'alto e il basso, il diritto ed il rovescio sono valori egualmente positivi, completandosi vicendevolmente in una compresenza esistenziale di struttura bipolare.
Se tra i primitivi i due aspetti del mondo c dell'uomo sono egualmente sacri ed ufficiali, col crearsi di or¬inamenti sociali di classe in gerarchie sempre più complesse, il carattere comico è diventato non ufficiale, è stato relegato nel privato o istituzionalizzato nello spettacolo teatrale, perdendo il suo senso originario.
Ma è rimasto tuttavia, pur con diverse e adattamenti, a costituire le forme principali di espressione del mon¬o e della cultura popolare. (M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, 1979).
Nei popoli primitivi troviamo, accanto ai culti seri per tono, i culti comici che deridevano c bestemmiavano divinità col "riso rituale", i miti ingiuriosi, cd i sosia parodici degli eroi. Una traccia indubbia la si incontra nel-'antichità greco-romana, (li cui non dimenticheremo i saturnali o la derisione del comandante vittorioso che celebrava il trionfo. In tutti i momenti più importanti della vita sociale primitiva, accanto alle manifestazioni serie, erano egualmente ufficiali quelle comiche: nelle incoronazioni, nelle nozze, nei funerali (U.E. Paoli, Vitarorna Firenze, 1962).
A partire dai tempi classici, proseguendo nel Medioevo, questa cultura comica viene progressivamente separata da quella seria, pur conservando alcuni tratti di ufficialità. Si tratta di un permesso, una licenza concessa dal-'autorità, non più di una continua esistenza in sintonia con la cultura seria. Il processo di iato è più evidente nella cultura dell'età moderna, in cui la comicità, la derisione, la satira ha perso la sua caratteristica essenziale: l'am-~ivalcnza e l'universalità. Il popolo conserva invece una particolare visione del mondo, che manifesta nei riti e ne-li spettacoli, in opere verbali comiche, nel discorso familiare. Tra queste il Carnevale, la vita di festa del popolo, uando si realizza praticamente la sua seconda vita, fuori dalle istituzioni c dai ruoli sociali.
La festa e una visione spirituale del mondo e dell'uomo, visti nel loro divenire, nell'alternarsi continuo della ruota del tempo, del trasformarsi, del mutare. In questo modo è fuori di ogni istituzione, di ogni immutabilità uf¬ficializzata nella religione c nella società, abbatte i ruoli sociali c le gerarchie. La maschera ha questo significato, rappresenta la mutabilità, il divenire, lo scambio dei ruoli vita-morte. E' una concezione utopica c rivoluzionaria, egalitaria e totale. Universale perché investe tutto c tutti, non ci sono attori c spettatori, teatro c palcoscenico, a la vita rappresenta se stessa ed il suo contrario, gli opposti si toccano in una ambivalenza originale, si scambiano le funzioni: la morte è gravida. Questo è l'aspetto grottesco e realistico, il cogliere la realtà nelle sue forme antitetiche, facendole coincidere.
L'ambivalenza nega ma nello stesso tempo seppellisce c resuscita.
Da questa particolare visione del mondo diversa da quella della cultura seria e ufficiale, nasce il dualismo del mondo, com'è sentito dalla cultura popolare. E' una concezione utopica c rivoluzionaria che dà forma a tutte le manifestazioni di festa, e la base, l'impulso primigentio che origina l'allegria, anche quando il controllo istituzionale e. sociale stringono briglie e freni. L'impulso serpeggia sotterraneo, affiora, appare, dilaga, per esplodere tale con prepotenza. Se non si prende nella dovuta considerazione questo aspetto tipico della cultura popolare, on se ne possono capire alcune manifestazioni, né bene interpretare alcuni autori in cui essa traspare, dal Boc¬accio al Cervantes, dal Boiardo al Rabelais.
E' in questa ottica particolare che si può capire il mondo rovesciato, l'alternarsi dei ruoli, la coincidenza degli opposti, la valorizzazione del basso. Che è unicamente topografico e material-corporeo. Tutte le funzioni filologiche e naturali sono fatte oggetto di derisione ambivalente. Dalla nascita alla morte passando per il cibo e i bisogni materiali, non esclusi quelli sessuali. Questi clementi sono presenti nel Carnevale sotto forme grottesche comiche, dal parto al corteo funebre. Il carattere popolare della festa è tutto qui, in questa visione diversa del mondo e dell'uomo. Che ritroviamo ancora alla base di tutti i fenomeni tipicamente popolari. Fra gli altri mi li-Iterò a ricordare il giullare di Dio, San Francesco, con la sua gioia di vivere e la sua concezione anti-gerarchica d egalitaria, tutta spirituale e rinnovatrice. Sotto questo aspetto la sua figura non può non essere che essenzial¬ente ed inizialmente anti-istituzionale e fondamentalmente eretica. Come bene videro i suoi biografi. E fu necessario il travestimento agiografico di Tommaso da Celano c San Buonaventura per riproporlo sotto una luce più accetta alla gerarchia ecclesiastica (cfr. P. Sabatier, Vie de S. Francois d'Assis, Paris, 1894 c N. Tamassia, S. Francesco d'Assisi e la sua leggenda, Padova, 1905).
La grande originalità di San Francesco consiste sostanzialmente "nel tentativo di identificare il paradosso carnevalesco con il paradosso cristiano", tutti e due basati sul rovesciamento delle consuetudini, tutti e due origi¬nariamente fondati sul mondo alla rovescia in cui i nemici ed i poveri diventano fratelli, e gli ultimi diventano i primi. Tipicamente francescano è l'atteggiamento di adesione al patrirnonio folklorico (leggende cavalleresche e favolistica, uso del volgare), nonché il suo stile di vita a carattere carnevalesco. Ricordiamo l'insistenza sull'alle¬gria, che diventa una regola di vita per tutti i frati minori, codificata nella Regula del 1221. Carnevalesco è il ro¬tolarsi nel porcile dinanzi a Innocenzo III, carnevalesca l'esortazione rivolta al proprio corpo: "Godi, fratello corpo". Fino a toccare il sublime del grottesco e del realismo nel bacio al lebbroso. (C. Ginzburg, Folklore, ma¬gia, religione, p. 615 in "Storia d'Italia. i caratteri originari", I, Torino, 1972). Francesco non vuole cambiare il mondo, lo accetta, non vuole convertire gli altri ma se stesso. E' una rivalutazione della natura c della realtà, ac¬cettata nei suoi aspetti positivi c negativi, in un atteggiamento estremamente realistico. Con cui si spiega il ricor¬so a forme drammatiche popolari, recuperate sotto il segno cristiano, come la rappresentazione del presepe di Greccio (E. Auerbach, Mimesis: irrealismo nella letteratura occidentale, Torino, 1966).
Il ritorno ad una sfera più materiale e terrena di origine popolare sarebbe anche alla base del Rinascimento, secondo il Burdach (K. Burdach, Riforma - Umanesimo - Rinascimento, Firenze, 1935).
La cultura popolare, essenzialmente comica, che si manifesta con forme di realismo grottesco trova però la sua massima espressione nel Carnevale. Che resta una festa rinnovatrice, di carattere universale ed ambivalente, ma che è soggetta a limitazioni ed irrigidimenti rituali ed istituzionali sempre maggiori nelle società più rigida-mente conservatrici e repressive. Recuperare il senso popolare e carnevalesco vuol dire anche rivalutare il linguaggio ingiurioso, satirico, parodico, con funzione rigeneratrice. E troppo ci sarebbe da dire sulla censura semantica e sulle sopravvivenze popolari di queste particolari funzioni della lingua, estranee alla cultura ufficiale. Per non al-lontanarci troppo dal tema iniziale, alla luce delle osservazioni sin qui fatte, è possibile risolvere un problema che ci si era presentato, a proposito della resurrezione di Giovanni. Come mai avviene a così grande distanza cronologica dalla morte, inframmezzato dalla lunga Quaresima? La risposta ci viene ora semplice e spontanea. Alla vita di festa del popolo, al Carnevale, alla abolizione della istituzione, pur nei limiti ristretti consentiti dal permesso alla trasgressione, subentra il ritorno alla gerarchia, alla ufficialità, al lavoro. La Quaresima è raffigurata da un fantoccio seriamente intento al lavoro. Oggetto forse di compassione, mai di derisione. Il ritorno del Carnevale, la domenica di Pasqua, è da collegare allora, nella cultura popolare, al rituale risus paschalis, alla festa pasquale. E' una nuova esplosione di festa, accompagnata anch'essa da forme di riso e di comicità, anche se col passare del tempo in forme sempre più rigide ed attenuate, che si sono fissate scleroticamente in riti ufficiali sempre più lontani dal carattere originariamente festoso della ricorrenza.
La società, attraverso la Chiesa, riprende definitivamente il controllo, la verità ufficiale riprende immutabile ed eterna, Giovanni e Marietta si rivelano due fantocci innocui ed inconsistenti. Così bisogna credere che sia, salvo a permettere altre licenze, altre ambigue forme di vuota festa ritualizzata. Da quella sportiva a quella televisi¬va, dalle feste dell'Unità e dell'amicizia alla triste allegria di Mike Buongiorno.