CASA SAN PAOLO
L’ATTIVITA’ ARCHEOLOGICA ANGLO AMERICANA A GRAVINA
IL NEOLITICO
Lo scavo di Casa San Paolo fa parte di un più vasto programma di indagine, del quale punti di riferimento essenziali sono l’esplorazione del sito di Botromagno e la delineazione del percorso della Via Appia antica tra Venosa e Gravina. Quest’ultima ricerca di carattere topografico ha intercettato diversi insediamenti neolitici: tra essi si è deciso di approfondire l’esame archeologico del sito 44, che è il numero in elenco dell’insediamento in questione. Non mancheremo di notare la sua ubicazione nella spianata sottostante la scarpata murgica, che non è meno importante del suo possibile allineamento lungo un percorso viario. Di passaggio considereremo anche che quest’ultimo sarà stato, in tal caso, ricalcato e definito in età romana, per quanto non possiamo francamente affermare altro (peraltro in via ipotetica) che una generica preesistenza.
In tal modo sono state individuate incisioni sul basamento roccioso interpretate come alvei torrentizi: esse preesistevano al primo stanziamento ed erano ancora attive nel corso di formazione dello strato relativo, ubicato entro il letto del torrente con materiali fluitati. Il progressivo, colmamento dell’infossamento fu suggellato da uno strato successivo, del quale la prova diretta è costituita dalla sovrapposizione di un focolare stratificato, ripieno di cocciame in parte restaurabile (sette vasi). La località fu poi frequentata in vari altri momenti della preistoria ed oltre: essi sono riconoscibili mediante la differenziazione dei materiali ed anche la precisa attribuzione di alcuni monumenti. Essenzialmente la maggior parte degli elementi repertati pertengono però al neolitico ed anzi, a parte pochi pezzi riferibili ai livelli più superficiali (e più esposti alle ingiurie del tempo), ad un periodo circoscritto ed unitario di quest’ultimo.
Disponiamo di un preciso punto di riferimento nella cronologia isotopica, che ha indicato il 5950 a.C. E’ questa una datazione sorprendente se la si riferisce ad un ambito geografico troppo ampio, anche rimanendo nella stessa regione, ad una valutazione forse eccessivamente rigida delle poche altre date al C.14 attualmente disponibili ed allo schema tipo cronologico, che raccoglie attualmente i maggiori consensi.
Ma naturalmente, fino a prova contraria, il dato è questo e sembra persino ovvio rammentare che, però, l’esistenza di più livelli (in particolare, della divisione stratigrafica principale, determinata dal focolare) lo dimensiona come un punto, un momento in uno sviluppo, più o meno continuativo, nel tempo di una comunità di agricoltori ed allevatori primitivi. Sembrerebbe che si possa avvertire ancora in atto il processo di domesticazione e di adattamento di talune specie animali ed anche una diminuzione percentuale dei selvatici: cosa che farebbe pensare alla continuazione del processo di formazione di una struttura socio economica neolitica la quale è, dunque, lungi dall’essere compiuta nel posto.
Alcuni materiali, come la selce e, soprattutto, l’ossidiana, le cui fonti di approvvigionamento sono sicuramente distanti, segnalano l’inserimento nelle correnti di scambio a largo raggio, sebbene, vista la scarsità numerica, il potenziale economico di sostegno non appaia possente. Singolarmente ricca la tipologia ceramica, nel cui insieme si pone in evidenza l’ibridazione tra due o, anche, tre tecniche decorative, che, a ,mio modo di vedere aderisce, più di quanto comunemente non si creda, ad una facies caratteristica di ambiente perimurgico interno.
Nel complesso sembrerebbe identificata una produzione locale, pur nel riferímento specialmente ai Balcani meridionali, che risalta maggiormente per alcuni tipi ed individua comunque un canale di relazioni.
La possibile manifestazione di una sorta di profilo artigianale ceramistico si inserisce nel quadro di una società neolitica, che tende ad acquisire la sua stabilizzazione a livelli alquanto alti e complessi di civilizzazione: ciò ne potrebbe esplicare anche la sua eventuale precocità. In ogni caso viene suggerita l’idea che i semplici contrassegni incisi sul fondo di alcuni vasi, estremamente rari in Italia meridionale (se ne conosce solo un altro esempio, ma più complesso e riferibile ad altro orizzonte culturale e ad ambiente cavernicolo), possano costituire l’esponente di tale condizione culturale.
Quindi l’insediamento di Casa San Paolo, in quanto variante differenziata, è suscettibile di rivestire una certa importanza nella ricomposizione del profilo palentologico proprio e nell’influenza sul quadro generale del neolitico di questà parte sud orientale della penisola, tanto più che l’indagine è condotta con metodo indipendente. Per conseguenza tale ricerca, una volta disponibili le risultanze definitive e conclusive del rapporto di scavo, porrà in condizione di acquisire un nuovo ed importante dato sul rapporto che una reale vicenda culturale sostenuta dal suo noto assetto socio economico ha istituito e svolto con un ecosistema definito e situato nel profondo entroterra.
Alfredo Geniola
Istituto di Civiltà preclassiche dell’Università Bari
IL CICCOTTO
In costruzione.
L’Età del Ferro
Uno sguardo generale di Silvana Curzio
Gli scavi hanno messo in luce, oltre ad abitazioni, numerose sepolture che denotano, dalla qualità degli oggetti del corredo, una ricchezza ed un benessere diffuso. Nel V sec. a.C. si affermano le importazioni di ceramica attica a figure rosse, successivamente soppiantate da produzioni magno greca ricercate per la raffinatezza delle decorazioni.
Tra i pezzi più significativi va segnalato un kantharos singolare nella forma, estranea al repertorio attico, decorato con una scena ispirata dall’Iliade ed illustrata da iscrizioni. Col IV sec. a.C. la città si estende fino ad occupare l’area del dell’attuale abitato, come testimoniano i rinvenimenti in via S. Vito Vecchio e in altre zone della città. Le abitazioni, quasi tutte sostituite da quelle del Il sec. a.C., hanno una pianta molto articolata e, spesso, si affacciano su strade lastricate.
Alle sepolture a fossa e a semicamera si affiancano tombe a camera precedute, a volte, da un dromos. Nella ceramica si afferma il gusto per le decorazioni sovradipinte e per le forme mutuate dal repertorio del vasellame metallico: questa nuova fase, detta Apula dal nome usato dagli scrittori romani, è la più ricca di testimonianze provenienti dai corredi tombali. A questo periodo si datano la poderosa cinta muraria che circonda il parco archeologico e le prime emissioni monetali con leggenda Sidinon (Sidinon dall’antico nome di Gravina) coniate da una zecca locale. Probabilmente in questa fase inizia la romanizzazione del sito favorita dalla vicinanza di Venusia.
Durante il II ed il I sec. a. C. in tutto il territorio sorgono diverse ville, aziende agricole a pianta articolata e, talvolta, con ambienti intonacati e dipinti. È probabile che in questa fase l’abitato di Botromagno non abbia perso la sua autonomia e che nella stazione di Silvium, lungo la via Appia, sopravviva il nome di Sidion, l’antico centro Apulo.
L’area archeologica di maggior interesse é, senza dubbio, il colle di Botromagno. E’ consigliabile l’accesso dalla strada di fronte al Parco Bruno, poiché segue, in parte, il percorso della cinta muraria della fine del IV sec. a.C. Sul colle sono visibili tombe a semicamera intonacate e dipinte databili al V sec. a.C., a camera scavata nella roccia con dromos d’accesso databili al IV e al III sec. a. C. e resti di abitazioni tra cui si segnala una grossa villa del III sec. a.C. con un piccolo ambiente rivestito d’intonaco dipinto. Lungo il torrente Gravina é possibile visitare l’area Padre Eterno dove sono presenti numerose sepolture a fossa databili dalla fine del VII alla fine del IV a.C., alcuni ambienti ed un’area occupata da fornaci per la produzione di vasi e laterizi.
I successivi sconvolgimenti del I sec. a.C., la guerra di Roma contro gli alleati Italici, la guerra servile contro Spartaco e la guerra civile, non favorirono uno sviluppo urbanistico nel Meridione d’Italia. Ne è testimonianza la distruzione, nel 70 a.C., forse nel corso della guerra contro Spartaco, del sito su Botromagno con un conseguente spopolamento dell’area.
Con l’Età Augustea si rileva un incremento della popolazione con conseguente fondazione di altri siti secondo i nuovi canoni urbanistici. Con la completa romanizzazione del territorio, infatti, muta il modello di insediamento. Nel IV secolo la forma più tipica era stata l’oppidum: un grosso agglomerato di case con ampi spazi aperti, in parte destinati a cimiteri, circondato da un muro di difesa, abitato in gran parte da contadini che quotidianamente raggiungevano i campi da coltivare. Poche sono le testimonianze di fondi isolati lontani dal centro abitato. Dopo ca. 325 a.C. si iniziò a fondare fattorie isolate in piena campagna: sono i primi segni di una commercializzazione dei prodotti agricoli I romani favorirono questo tipo di insediamento mediante la costruzione delle cosiddette villae, aziende agricole, da cui dipendevano economicamente e, forse, anche giuridicamente i vici, villaggi abitati da una popolazione prevalentemente agricola. In virtù di questa nuova concezione urbanistica morì il grosso agglomerato arroccato sul pianoro della collina di Botromagno e aumentò notevolmente il numero degli insediamenti disseminati per tutto il territorio. Questa frammentazione della città ben rispondeva ai bisogni di una economia basata su una agricoltura intensiva che doveva produrre per un mercato che andava incrementando la domanda di grano, vino, olio, lana e carne suina e ovina. Strutturalmente il centro del fondo è la villa il cui proprietario vive lontano e di rado, se non mai, vi è presente in loco. Ad amministrarla un vilicus, uno schiavo che dirige altri schiavi che vivono sul posto e, per i lavori stagionali, utilizza operai che abitano il vicus dipendente. Questi ultimi, pur essendo uomini liberi, conducono, spesso, una esistenza al di sotto degli stessi schiavi.
In Tarda Età Antica, tra il IV e il VI secolo d.C., l’incremento della popolazione fa mutare la tipologia degli insediamenti: molte ville s’ingrandiscono trasformandosi in vici e si fondano molti altri vici.
Come ogni società primitiva la economia era fortemente legata alla vocazione del territorio, e il territorio di Gravina geologicamente è caratterizzato da due subzone l’Altipiano delle Murge e la Fossa Bradanica. La prima, le Murge, è un altipiano calcareo petroso destinato quasi esclusivamente a pascolo cespugliato. Mentre il paesaggio della Fossa Bradanica è quello tipico delle colline argillose dell’Italia Meridionale dominato da rilievi poco prominenti che si susseguono in stretti e lunghi dorsali caratterizzati da colline cupoliforme con pendici dolcemente ondulate, e da valli formate dai numerosi corsi d’acqua fra le quali, la più estesa, quella del torrente Pentecchia, e, le meno estese, del torrente Gravina e del torrente Basentello. Tutta questa parte del territorio è per vocazione destinato alla cerealicoltura, silvicoltura e viticoltura.
Due subzone che economicamente non vanno lette separatamente, ma occorre vederle come unità. Nella storia, infatti, hanno prodotto la rendita agricola mediante l’alternanza o la condivisione delle due attività produttive, della pastorizia e la cerealicoltura, a secondo dei cicli e della domanda di mercato. Tutte le grandi aziende, infatti, avevano al loro interno un’area per la cerealicoltura e una per la pastorizia, destinando all’allevamento quasi sempre bovino (animali utilizzati per la coltivazione dei campi), ma, spesso, anche ovino i terreni rimasti incolti per l’avvicendamento colturale. E nella storia la transumanza conferma l’ipotesi della convivenza di queste due attività produttive con priorità della cerealicoltura. Dai resti faunistici rinvenuti su a Botromagno si evince che gli abitanti del posto si cibavano di ovini femmine di circa tre anni. È da ritenere, allora, che gli agnelli maschi venissero macellati altrove. Inoltre numerosi sono i pesi da telaio rinvenuti, ma scarsissimi i fusi il che fa ritenere che al momento della filatura della lana, generalmente dopo la tosa agli inizi della primavera, le greggi fossero lontane da Botromagno. Si potrebbe concludere, allora, che tra l’autunno e la primavera, ovvero dalla semina alla mietitura, le pecore non si trovavano in loco. Sappiamo, infine, sempre dai resti faunistici che allevavano ovini, caprini e suini; poche le galline; mentre i buoi venivano utilizzati per la lavorazione dei campi. Oltre alla cerealicoltura si ha notizia certa di viticoltura: un edificio su a Botromagno, databile alla seconda metà del II secolo, conteneva una pressa per l’uva databile, però, al 50 a.C. ca.
L’attività artigianale era abbastanza sviluppata: i numerosi pesi di telaio concentrati in molte abitazioni su Botromagno testimoniano una diffusa attività di lavorazione della lana. Sulla collina resti di fornaci presuppongono produzione di ceramica. E ancora in Età Imperiale nella zona archeologica di Vagnari, si producevano tegole, mentre abbondanti scorie di ferro attestano la lavorazione e la produzione di questo minerale.
L’Età Romana
Vagnari
Perchè Vagnari è importante
di Marcella Chelotti
La pubblicazione, nel 2011, del volume a cura di Alastair Small, Vagnari: Il villaggio, l’artigianato, la proprietà imperiale, per i tipi di Edipuglia, è il recente, certamente non ultimo, punto fermo di A.Smali e di tutti i suoi collaboratori della loro attività di ricerca sul campo, della loro elaborazione e riflessione dei dati emersi dal progetto culturale nato più di 10 anni fa.
Di questo progetto nel tempo è stata data ampia diffusione sullo stato delle indagini, e via via rese note le riflessioni, non soltanto, come si dice, “tra gli addetti ai lavori”, cioè tra la comunità scientifica, ma c’è stata ampia divulgazione tra una comunità più vasta, penso alla comunità di Gravina, sempre attenta, alla conoscenza del proprio patrimonio culturale e sempre consapevole che conoscere, recuperare e conservare memoria della propria storia , delle proprie radici e del proprio territorio può contribuire allo sviluppo culturale, ma anche economico. Perché la conoscenza del proprio patrimonio, attraverso adeguate forme di comunicazione, porta necessariamente alla tutela, che è affidata naturalmente agli organi istituzionali, ma anche ai cittadini, e alla valorizzazione ed eventualmente anche alla “gestione” del patrimonio —e questo è il profilo economico-.
Il progetto, sin dall’inizio, dal 2000, si è presentato come innovativo sotto diversi profili. Innanzitutto per il gruppo di lavoro, internazionale, del quale hanno fatto parte non soltanto archeologi, ma anche “tecnici”, anche in questo caso provenienti da varie parti del mondo, che hanno messo a disposizione la loro professionalità e dato il loro forte contributo nello studio geomorfologico e nell’analisi dei macrofossili vegetali carbonizzati. Hanno inoltre reso possibile la datazione dei depositi sedimentari significativi mediante luminescenza a stimolazione ottica, e la raccolta dei materiali vegetali carbonizzati mediante flottazione, poi analizzati da archeobotanici e paleoecologi.
Sono state eseguite anche indagini archeomagnetiche sulle fornaci. E’ stato infine un “campo scuola” per molti giovani studenti.
E’ dunque questo un progetto che ha visto in campo molte forze e intelligenze e che grande sostegno sia intellettuale sia materiale ha avuto anche dalla città di Gravina e in particolare da alcuni cittadini, che Alastair Small nomina nella sua Prefazione. Approvazione e sostegno al progetto è stato dato Dal Ministero dei Beni Culturali, ma in particolare dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia, nelle direttrici archeologhe Angela Ciancio e Giuseppina Canosa, e da D’allora Soprintendente Giuseppe Andreassi; e poi dalla British School at Rome, dalla fondazione Ettore Pomarici, sempre attenta e pronta a sostenere progetti culturali di alta qualità. Questo progetto culturalmente molto impegnativo è stato dunque possibile realizzare perché tutti, cittadini e istituzioni, hanno contribuito con le loro competenze a tutti i livelli e in tutti i campi. Si è realizzata a Vagnari quella che si suole chiamare e sempre si invoca,”sinergia”.
Il progetto Vagnari è innovativo anche per la scelta del territorio da indagare, e perché all’approccio microstorico nell’analisi di questo specifico comprensorio territoriale, ha fatto da riscontro un approccio “globale”.
La ricostruzione, cioè, storico-archeologica di questo paesaggio rurale, delle sue vie di comunicazione (il luogo è vicino al tratto della via Appia che attraversa il settore settentrionale della Fossa Bradanica), delle strutture insediative, organizzative, sociali ed economiche.
Durante la ricerca e le varie attività di scavo e di elaborazione molte sono state le domande alle quali questo volume, con numerosi saggi affidati a specialisti, offre risposte aperte, suscettibili cioè di modifiche se il proseguire delle indagini offrisse altre soluzioni, offre risposte, attraverso l’integrazione delle fonti (archeologiche, epigrafiche, documentarie) con diversi strumenti di indagine (come la ricognizione, lo scavo, le prospezioni geofisiche), e con l’apporto di discipline scientifiche (bioarcheologia, archeometria, l’informatica).
Il messaggio che questo volume comunica in maniera forte è che cercare risposte non è il compito di un singolo studioso, ma è il problema di tutta la comunità scientifica.
I dati più significativi, almeno dal mio punto di vista, emersi dall’indagine e dalla elaborazione, nella sua globalità, credo che possano essere:
- L’attestazione della presenza di ager publicus populi Romani, cioè demanio, qui, a Vagnari. Questo si è costituito in seguito alla sottrazione da parte di Roma di porzione del territorio che era di Silvium per punirla per il suo atteggiamento anti-romano durante la seconda guerra sannitica. A Silvium infatti si era impiantata una guarnigione sannita e la città fu distrutta nel 306 a.C., come dice Diodoro. Siamo alla fine del IV secolo a.C. L’indirizzo politico di Roma in quest’area, strategicamente fondamentale per il controllo delle principali vie di comunicazione e per la strategia della futura conquista dell’Italia meridionale, se da una parte portò alla fondazione di una colonia latina a Venosa nel 291 a.C., quindi pochi anni dopo la distruzione di Silvium, e portò dunque a un controllo pieno di tutta l’area sannitica, dall’altra segnò la decadenza del villaggio diVagnari nel corso del III secolo. La presenza romana nell’area segnò, come si è detto, anche la decadenza di Silvium, che, alla fine di un lungo e complesso processo politico, economico, istituzionale, perse vitalità istituzionale e nel tempo si ruralizzò. La stessa sorte di Silvium ebbero altri centri indigeni della Puglia centrale (Botromagno, Monte Sannace, Azetium-Rutigliano, Turi, colpiti forse anch’essi da provvedimenti punitivi da parte di Roma, per essere passati dalla parte del nemico, in questo caso Annibale, durante la seconda guerra punica, e in particolare dopo la disfatta romana a Canne nel 216.
2. Un altro dato importante, che emerge dal progetto, è che sull’ager publicus, o su una porzione di esso, del quale si è fatto riferimento, si impiantò una proprietà imperiale verosimilmente da età augustea-tiberiana. Il ritrovamento di tegole, e delle loro fornaci, bollate da uno schiavo imperiale,Gratus, che, per la formula onomastica, si può collocare appunto in età tiberiana, ha indirizzato all’ipotesi che qui fosse una proprietà fondiaria dell’imperatore, formatasi forse proprio già da età augustea. Se è così, questa sarebbe la proprietà imperiale più risalente dell’intera regione, gestita secondo il modello economico del latifondo, una gestione cioè basata su una coltivazione estensiva, con minime spese per la coltivazione. Si può definire questa proprietà per la natura del luogo e quindi per la sua vocazione produttiva, con il termine tecnico-gromatico, saltus. Con questo termine, secondo la spiegazione che dà Festo, un grammatico vissuto nel Il d.C., si intende: area con boschi o terreni non coltivati e dedicati ogni anno al pascolo, ma anche, almeno per una parte, area coltivata a grano secondo cicli più o meno regolari. Almeno due sono i fondi di questa ampia proprietà che Small ha calcolato con un’ estensione di 25 km2, limitata dal corso del Basentello a Ovest, dalla via Appia a Nord e a NE e dal tratturo a Sud Sud Est: uno si colloca in località San Felice, l’altro nell’area di San Girolamo. Il nucleo principale dell’insediamento è su una terrazza naturale attraversata da alcune gravine, una di queste divide il nucleo in età romana in due: in età proto imperiale il nucleo principale era a Nord del vallone, mentre nel Tardoantico questo si sposta a sud della gravina. La situazione di Vagnari può contribuire a chiarire una modalità della formazione di una proprietà imperiale. Vari sono i modi di acquisizione di proprietà fondiarie al patrimonio imperiale; in particolare, e in sintesi, il possesso del bene fondiario può avvenire: per donazione o lasciato da parte di privati; per l’attribuzione all’imperatore della disponibilità (di parte) dei patrimonio di privati, che a loro volta ne perdono la proprietà ( è questo il caso dei bona damnatorum, bona caduca et vacantia); ovvero, possono essere inglobati nei beni fondiari dell’imperatore quelle porzioni di ager publicus anche divise in lotti, ma non assegnate o lasciate all’incolto e al pascolo.
Questo accadrà in età flavia, quando, secondo le fonti, Vespasiano rivendicò come di pertinenza al fisco i subseciva, cioè i terreni centuriati ma non concessi . L’ipotesi che, (anche prima dell’intervento di Vespasiano, che peraltro fu modificato da Domiziano,) porzioni più o meno grandi di ager publicus siano diventate proprietà imperiale nel Principato, è stata recentemente messa in discussione. Ma, proprio l’esempio di Vagnari può confermare che una modalità per la formazione, in una determinata area, di una proprietà dell’imperatore possa essere proprio la presenza di ager publicus, naturalmente di particolari condizioni.
Infatti, se consideriamo le altre modalità sopra citate (eredità, confisca, donazioni), almeno finora non si ha, in questo sito, documentazione di proprietà di privati, che possa far pensare (che la proprietà imperiale qui costituita risalga) appunto a confische, eredità o donazioni;
Non si hanno poi tracce di centuriazione, che possano far congetturare che questi luoghi possano essere entrati nel patrimonio imperiale perché loca relicta, ovvero luoghi non assegnati all’interno della maglia centuriata, o agerextra clusus, ovvero luoghi esterni alla maglia, ma ricompresi nei limiti del territorio di una colonia, anche perché qui non ci sono vicini centri istituzionali di riferimento, come sopra si è detto. Venosa è distante 40 km.
Sembra dunque che a Vagnari la proprietà imperiale si sia costituita, durante il principato, proprio su ager publicus non diviso e lasciato al pascolo e all’incolto.
L’altro punto di rilievo che vorrei sottolineare è
la presenza di un agglomerato di case, quindi di un villaggio, un vicus, costituitosi sia in conseguenza del ‘polo’ industriale (fornaci per laterizi e fornaci per la lavorazione del ferro) qui impiantato, sia per le varie attività produttive relative all’allevamento e alla cerealicoltura.
si sottolinea anche la presenza di una villa, della quale è stata messa in luce la pars urbana, cioè il settore residenziale, datata, nel suo primo impianto alla fine del I a.C., parzialmente ricostruita nei primi del I d.C. e di nuovo alla fine del I d.C., poi abbandonata agli inizi del III secolo. Questa villa poteva essere la residenza del procurator, di colui che, per conto dell’imperatore, sovrintendeva alla proprietà.
3) Inoltre si ricorda il rinvenimento di una vasta necropoli, luogo di sepoltura dei lavoratori e delle loro famiglie, dei quali , però, nessuna lapide ricorda il nome.
Nonostante l’insediamento abbia avuto una lunga vita, non si hanno altre attestazioni oltre alle tegole bollate circa la presenza della proprietà imperiale.
Nel tempo, qualcosa era cambiato nella gestione del consistente patrimonio imperiale sia di quest’area sia della Puglia settentrionale, e A. Small dà conto di questo mutamento; evidentemente anche lo spostamento, a metà circa del IV secolo, dell’insediamento a sud del vallone, dove furono edificate diverse strutture e fornaci, risponde a nuovi indirizzi gestionali, che prevedono lo sfruttamento della terra in senso cerealicolo, soprattutto, e l’impiego di coloni, non necessariamente facenti parte della familia Caesaris, non schiavi e liberti dell’imperatore, ma uomini liberi o lavoratori stagionali. E per questa tematica importante è anche il saggio di Pasquale Favia e Roberta Giuliani.
Interessante è dunque, rispetto a questa tematica, il saggio di Giuliano Volpe, che analizza Vagnari nel contesto dei paesaggi rurali dell’Apulia romana e tardo antica. Il saggio fornisce dati ed elementi che chiariscono che i mutamenti insediativi e produttivi riscontrati a Vagnari in età tardo antica, consentono di inserire il sito in un contesto più ampio, dove l’organizzazione dello spazio e della produzione e la gestione della proprietà sono radicalmente mutati rispetto alla prima e media età imperiale. Si tratta dunque di nuove linee di programmazione economica e gestionale quelle che coinvolgono la proprietà dell’imperatore a Vagnari così come nella Puglia settentrionale, e anche altrove, là dove c’era la res Caesaris, la proprietà di Cesare.
Importante e stimolante è dunque l’implicita esortazione, che viene da Small , come prima si è detto, e anche da Volpe, l’invito, cioè, a valorizzare l’indagine microstorica, l’analisi, cioè, di specifici comprensori geografici, regioni e sub regioni, tentando in tal modo di ricostruire la ‘storia totale’ di un territorio. Forse soltanto così ci potremmo sottrarre a una ricostruzione progettata ed elaborata secondo moduli preconfezionati e unificanti. E’ da questa microstoria e da tante microstorie che si deve partire per ricomporre il quadro generale della macrostoria e riconnetterci ai temi e ai problemi più generali.
Vorrei ancora ribadire la validità del metodo indicato e messo in atto da Small, quello di un approccio non chiuso all’interno della propria specializzazione, ma che si muove all’interno di quel confronto interdisciplinare, che oggi, più che utile, è irrinunciabile.
Meritorio è l’aver progettato, alla fine del volume, una sezione nella quale vengono tradotti in italiano o in inglese alcuni saggi, per una maggiore divulgazione dei risultati tra chi non conosce l’inglese o l’italiano.
II volume per l’alta qualità dell’impostazione del progetto, della ricerca e della sua riflessione, per la incredibile quantità di dati, per le tante ipotesi e suggestioni, per i tanti punti di vista, per il carattere delle domande storiografiche, credo che sia e sarà punto di riferimento per tutta la comunità scientifica.
A testimonianza del percorso metodologico davvero ‘globale’ di questo progetto, mi piace qui ricordare il ringraziamento che Small rivolge a Giuseppe Schinco, grande intellettuale gravinese e profondo conoscitore del mondo contadino, perché, tra l’altro, lo ha istruito su numerosi dettagli della civiltà contadina a Gravina’.
Penso che questo sia il segno di un metodo di ricerca che non tralascia alcun aspetto che possa contribuire a comprendere meglio un dato fenomeno, o una data situazione, nessun aspetto, nemmeno quello del mondo contemporaneo, perché, lo sappiamo bene, le radici di questo mondo, del mondo contadino, sono antiche. Penso anche che le motivazioni di questo ringraziamento bene esprimano anche la grande e rara umanità di A. Small, il suo continuo desiderio di conoscenza, la sua disponibilità all’ascolto e al confronto, qualità oggi inconsuete. Tutti noi gli siamo grati.
La Villa Romana di San Felice
In costruzione.
Silvium
In costruzione.


